Abitare leggero: dalla sanitarizzazione a nuove forme di socialità

La ricerca Abitare Leggero analizza nuovi modelli dell’abitare e della residenzialità sociale intermedia per anziani, a organizzazione leggera e non istituzionale. Il lavoro, promosso da Fondazione Cariplo, è stato realizzato dalla fondazione Housing sociale e dalla Cooperativa La Meridiana di Monza coinvolgendo gli enti gestori di 52 strutture residenziali per anziani.

La prima parte del rapporto affronta il tema della domanda, con particolare riferimento all’identificazione di varie tipologie di utenza. Si tratta di stime di prevalenza o incidenza ben documentate dalla letteratura. Le stime sulla domanda servono a riflettere sulle politiche relative all’invecchiamento. Fino a oggi, non solo in Italia, è stata valorizzata un’offerta di cura centrata sul sistema ospedaliero e sulla diffusione di servizi specialistici, con una logica settoriale e sostitutiva, piuttosto che globale e sussidiaria. Si tratta di un’offerta in gran parte orientata – soprattutto nel settore socio-sanitario – verso le popolazioni più complesse. In pratica, l’offerta di servizi formali inizia solo dopo che la persona ha già perso buona parte dell’autonomia nelle proprie funzioni di base. Le fasi precedenti della vecchiaia sono invece quasi sempre affrontate autonomamente dalle famiglie senza aiuti pubblici e in larga parte grazie al lavoro privato di cura.

La seconda parte del rapporto analizza più specificamente gli interventi proposti dalla letteratura e dai policy maker più avanzati per anticipare le risposte ai bisogni e alle necessità degli anziani e non limitarsi a intervenire nelle situazioni più compromesse e che richiedono un maggior carico assistenziale. Molti paesi, soprattutto europei, hanno avviato riforme sostanziali in questo settore, accogliendo con diverse modalità la cultura dell’arco di vita. Questa, sottintende un sostanziale cambio di paradigma; migliorare l’habitat prima che progettare servizi, ad esempio adeguando gli alloggi e i supporti socio-sanitari alla persona nella sua abitazione, invece di costringerla a migrazioni forzate attraverso strutture progettate per livelli di crescente intensità assistenziale.

Intervenire sui fattori di rischio, prima che sulle sole situazioni di disabilità conclamata può consentire inoltre un utilizzo più razionale delle risorse. Non si tratta di prevenire la vecchiaia o la disabilità inevitabile delle ultime fasi della vita, quanto di intervenire sulle barriere e le facilitazioni che le persone con possibili limitazioni funzionali possono incontrare, favorendo una migliore qualità della vita e riducendo o ritardando) la necessità di intervenire con servizi dedicati.

La gran parte del patrimonio abitativo italiano non è adatta alle esigenze delle persone – di qualsiasi età – con limitazioni funzionali. Anche le abitazioni di più recente generazione raramente dispongono di soluzioni progettuali che tengano conto dell’invecchiamento delle persone e hanno spesso lo svantaggio. Le politiche di adattamento delle abitazioni sperimentate in molti paesi prevedono semplici soluzioni costruttive in grado di migliorare la fruibilità anche all’emergere di limitazioni funzionali. In altri casi gli interventi riguardano la realizzazione di servizi di ascolto, arricchimento relazionale e monitoraggio, dei complessi abitativi a maggiore concentrazione di anziani. Un esempio molto citato di buona pratica è quello del Comune di Barcellona, dove si sono diffuse in questi anni le viviendas dotacionales. Si tratta di un vasto programma di edilizia residenziale pubblica per anziani e altri gruppi di popolazione (per es. studenti o giovani famiglie). Il progetto è governato da appalti pubblici dettagliati; il complesso immobiliare deve essere ben localizzato e non distante da luoghi di servizio (attività commerciali, servizi sanitari, trasporti pubblici); la realizzazione deve prevedere spazi adeguati, privati e sociali; le popolazioni diverse (anziani e giovani) sono accolte in aree distinte ma collegate, in modo da consentire sia la reciproca indipendenza, sia occasioni di incontro e socializzazione. Una volta realizzato lo stabile, subentra un nuovo contratto fra il Comune e una cooperativa sociale, chiamata a garantire alcuni servizi di base: un responsabile, un educatore/animatore e un operatore sociale. Anche i servizi accessori favoriscono la socializzazione e l’utilizzo del tempo libero e offrono agli anziani molta sicurezza. Si tratta di un’evoluzione interessante dei tradizionali interventi di housing sociale, che troppo spesso hanno privilegiato la sola accessibilità economica degli affitti.

Interventi simili vanno diffondendosi anche nel settore della civile abitazione; in molti paesi gli operatori del settore cominciano a prestare attenzione ai nuovi mercati collegati ai processi d’invecchiamento e alla progettazione attiva della vecchiaia. In Francia, Germania e negli Stati Uniti vanno diffondendosi proposte immobiliari orientate esplicitamente verso gli ultra60enni; si tratta di abitazioni ben realizzate e ben collocate, ma soprattutto integrate da servizi accessori – per l’arricchimento del tempo libero, la socializzazione e il benessere – che rappresentano un valore aggiunto per i clienti anziani. Tra gli esempi lombardi che si muovono nella stessa direzione, possiamo citare: BIRD a Brescia, realizzato da ALER, il progetto Borgo Sostenibile di Figino e quello della Fondazione Frassoni di Lecco, entrambi in corso di realizzazione con il sostegno della Fondazione Housing Sociale.

Il quaderno approfondisce infine i servizi residenziali intermedi, utili a sostenere le esigenze degli anziani con maggiore disagio sociale o limitazioni funzionali più consistenti. Si tratta di una nuova generazione di servizi che, in molti paesi, ha conosciuto uno sviluppo particolarmente rilevante perché reinterpreta i servizi residenziali superando la tradizionale dicotomia fra servizi domiciliari e residenziali.

Soprattutto nei paesi scandinavi – ma anche negli Stati Uniti – le residenze a caratterizzazione sociale superano ormai, per numero di posti letto, le istituzioni di ricovero sanitarizzate, come le RSA, giocando un ruolo sempre più rilevante nello spazio intermedio di protezione tra domicilio privato e residenzialità istituzionale. Le nuove forme di residenzialità sociale sono spesso rappresentate da strutture di dimensioni contenute, ad alta caratterizzazione domestica, organizzazione leggera ed elevata attenzione alla qualità relazionale del rapporto di cura. Per questi motivi, sono in genere più gradite a famiglie e utenti, ma anche apprezzate dagli enti gestori e dalle istituzioni; si tratta infatti, in genere, di servizi meno costosi e più facili da gestire dei modelli più organizzati e standardizzati, come le RSA.

In molti paesi le denominazioni sono particolarmente numerose che vanno da nomi di fantasia ad altri meglio collegati a specifiche tipologie organizzative. Al di là dei motivi di questa diversificazione – presente anche in Italia e coerente con la storia e le finalità di ogni progetto – i modelli di riferimento descritti in letteratura trovano una loro ricomposizione in due macro-gruppi di più recente introduzione nei sistemi di indicizzazione bibliografica:

  • il primo raggruppamento comprende le soluzioni o strutture per la vita indipendente (Independent Living Facilities).
  • il secondo raggruppamento comprende le strutture o i servizi di vita assistita (Assisted Living Facilities).

La differenza fra queste due macro-categorie, soprattutto negli ultimi anni, non è sempre così netta. Sono infatti sempre più diffusi i progetti che aggregano normali abitazioni con unità più specifiche per la vita indipendente o per la vita assistita.

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