Action-Research. Scuola e adolescenti: consapevolezza di Sé e successo nella vita

Il presente contributo descrive le linee programmatiche di un progetto pilota realizzato dal Servizio Sociale Professionale, Area Integrazione Socio Sanitaria del Distretto Sanitario “Tirreno” dell’ASP di Cosenza, in partnership con una Scuola Secondaria di primo grado e due Istituti di Istruzione Superiore del Comune Paola (CS). Il progetto sperimentale è volto alla rilevazione e all’inquadramento del disagio evolutivo e socio-culturale nella popolazione scolastica; gli studenti frequentanti la Scuola dell’obbligo e in seconda fase, in ordine al desunto dei dati rilevati, alla costruzione di strategie socio-psico-educative per la definizione di interventi mirati.

I destinatari della progettazione sono in primis gli adolescenti e a cascata i docenti e le famiglie.

Lo studio di contesto è stato effettuato avvalendosi dell’impianto teorico della Action-Research lewiniana. Lo strumento applicativo è la Ricerca-Intervento, che mira a soddisfare una duplice esigenza: procedere alla conoscenza scientifica dei sistemi sociali e allo stesso tempo poter intervenire sui medesimi per trasformarli.

La Ricerca-Intervento prospetta un metodo operativo che all’interno dello schema circolare ‘osservazione/riconoscimento, comprensione, trattamento’ predispone azioni correttive delle disfunzioni sistemiche emerse e allo stesso tempo generare possibili cambiamenti. L’utilizzazione della Ricerca-Intervento è relativa allo studio di un peculiare campo di lettura e di rilevazione empirica – la realtà scolastica – e, al contempo, è stato considerato il metodo applicativo meglio confacente allo scopo:

  • la diffusione nella pratica educativa di cambiamenti migliorativi per l’evoluzione del sistema scolastico;
  • l’accrescimento della motivazione degli studenti verso il raggiungimento del successo formativo;
  • l’empowerment di tutti gli stakeholders (studenti, docenti, famiglie) che a vari livelli sono portavoce delle situazioni di condizionamento/disagio.

L’azione globale è volta alla costruzione di un sistema scolastico osmotico e divergente impostato al perseguimento dello star bene insieme a scuola. Scuola, intesa in quanto spazio comune interagito e produttore di esperienze e di integrazione dell’identità adolescenziale. La Ricerca-Intervento nell’ambito scolastico deve poter essere letta all’interno delle dinamiche in divenire del campo psicologico (il contesto e le persone che lo agiscono) e la totalità degli elementi di campo coesistenti nella loro interdipendenza, definiti in questo studio come life space, mondo personale e spazio di frontiera. L’osservazione sistematica è focalizzata a verificare l’incidenza che cointerviene tra i life space e l’ambiente esterno, la finalità è la promozione di una ecologia psicologica del sistema sociale degli adolescenti.

Protagonisti di questa azione globale sono i diretti destinatari dell’intervento, gli studenti in primis, ma anche i docenti e i familiari considerati soggetti in formazione e “attori” del loro individuale processo formativo (secondo quanto indicato dalla Legge 285/97 “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”). Il triplice target è protagonista delle varie azioni dedicate e calibrate secondo le differenti esigenze corrispondenti nell’impianto teorico, ma divergenti per gli argomenti da trattare. Azioni fasiche valutate in itinere durante i diversi momenti di monitoraggio e verifica degli obiettivi della ricerca.

La scelta di questo binomio imprescindibile:

  • Ricerca-Intervento e Gruppi (target) a cui l’intervento è dedicato
  • Ricerca-Intervento e partecipazione/cooperazione fra i target

delinea la scelta strategica per favorire l’interazione e lo scambio circolare tra i gruppi paralleli e verticali dei partecipanti per la scelta e la messa in atto degli interventi. Favorisce, inoltre, negli studenti lo sviluppo della riflessione critica, della partecipazione attiva, del senso di appartenenza e dà luogo al potenziale generativo del Gruppo; la possibilità di creare nella scuola una Comunità competente in grado di individuare al suo interno risorse utili per la realizzazione dei cambiamenti auspicati.

Le risultanze dei dati concorrono alla pianificazione di interventi da adottare solo successivamente. Nell’impianto della prima fase esplorativa ci si è avvalsi dell’intervento di rete in cui i componenti del Gruppo di Progetto sono stati gli interlocutori e i facilitatori di un processo di linking (collegamento) all’interno della rete di risorse dei soggetti e di quelle dei servizi territoriali. L’utilizzo di questa metodologia trova fondamento nelle teorie sistemiche e sortisce effetti di gran lunga più efficaci rispetto agli interventi parziali, poiché è in grado di produrre un cambiamento nell’intero ambiente osservato (sistema).

L’impianto della ricerca è centrato alla sperimentazione e alla verifica di alcune ipotesi per interventi esplicati dentro il definito campo di azione, la Scuola. L’aspetto contenutistico della ricerca è il fil rouge tra il clima scolastico e le caratteristiche disfunzionali evidenziabili nel target: gli studenti frequentanti.

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In letteratura l’età adolescenziale è descritta come la fase della vita pervasa da una caratterizzazione personalistica “normalmente” tendente alla discontinuità. Il ragazzo/ragazza si trova spesso a vivere stati di crisi, di fratture con il quotidiano, di conflitti sia con i coetanei, che con gli adulti di riferimento. Sono questi stati psichici disfunzionali, riconosciuti ma spesso generalizzati e scarsamente approfonditi in rapporto a parametri analitici rispetto alle componenti intrinseche e alle modalità espressive con le quali si autorappresentano e che trovano accentuazione dentro le dinamiche ambientali e problematiche, tipiche della società complessa. In questo frangente l’incedere verso l’assunzione di comportamenti a “rischio” è sempre presente.

Nell’ambito di questo studio la locuzione ‘rischio’ è stata impiegata in alternativa a quella di ‘devianza’ termine appartenente ad argomentazioni di rigorosa appartenenza sociologica che definisce ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che violano le norme di una collettività. La scelta dell’espressione rischio ricopre una connotazione largamente psicodinamica, collegata alla variabilità delle manifestazioni del disagio e ai bisogni sottesi dell’adolescente che vengono ad essere “denunciati” e portati all’esterno tramite l’espressione comportamentale.

La fonte teorica di riferimento è la Teoria dei comportamenti problematici di Jessor e Jessor (1977) che esamina l’influenza dei fattori motivazionali sulla percezione soggettiva del rischio, innescata dalla tendenza che i ragazzi manifestano nell’interrelazione di comportamenti problematici: sentirsi relativamente invulnerabili e avere pertanto la negazione del limite, condizione derivabile da bassa autostima, che viene ad essere fronteggiata tramite un inconsapevole coping centrato sul camuffamento della fragilità, la conseguente produzione di meccanismi di adattamento spesso trasgressivi, l’espressione emotiva di acting out; sfrontatezza, sprezzo del pericolo, ricorso a comportamenti estremi. Le statistiche riguardanti gli incidenti determinati da inconsapevolezza e/o mancata valutazione del rischio concorrono a determinarne la considerazione come premessa probabilistica di comportamenti patologici e/o devianti e marginali, si parla a questo proposito di “patologia latente” come definizione corretta del “disagio” manifesto. All’interno di questa complessa trasformazione della persona sono individuabili alcuni fenomeni particolarmente rilevanti per la percezione del rischio: tra le motivazioni cognitive l’ottimismo irrealistico, tra i fattori endogeni la ricerca di sensazioni (sensation seeking) ed il senso della sfida nelle attività al limite (edgework).

L’ipotesi di ricerca è strutturata intorno agli indicatori di disagio emersi dall’analisi qualitativa:

  • l’evidenza di forme complesse di disagio evolutivo e socio-culturale osservabili nei ragazzi in età scolare;
  • le continue richieste di intervento di aiuto provenienti da Dirigenti Scolastici e Docenti curriculari, al fine di arginare l’espressione dell’evento/disagio;
  • l’ambiente familiare di appartenenza;
  • il contesto socio-culturale di provenienza;
  • le difficoltà d’apprendimento evidenziate;
  • lo stato di disagio personale manifesto e/o sotteso o camuffato;
  • la perdita del senso dell’identità;
  • le problematiche legate alla istituzione Scuola;
  • le carenza di agenzie educative extra-scolastiche.

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La valutazione ex ante a supporto dell’azione è stata collocata dentro al presupposto che le condizioni determinanti le situazioni di rischio adolescenziale sono molto spesso segno e sintomo di comportamenti acquisiti, reiterati e scaturiti sia dal retroterra familiare e di prossimità, quanto dall’ambiente sociale allargato. Il percepirsi come parte di sistemi di mondo vitale spesso poco comprensibili, ma anche vincolanti e normati come la scuola con l’obbligo della frequenza e l’incontro con il gruppo di coetanei, così come riconoscere di essere sotto pressione per le richieste di partecipazione attiva che tali contesti esigono, comporta nei ragazzi l’oscillazione tra un vissuto di estraneazione e la ricerca “a tentoni” di sicurezze, anche di quelle di facile accesso e “a portata di mano”. Secondo l’interpretazione di Donati (1989), il rischio adolescenziale è: frutto di una relazione inadeguata tra sfide e risorse. Nei giovani, questa esistenziale situazione del percepirsi fluttuanti, a metà, dentro/fuori ai sistemi di vita, si configura dentro una frame che evidenzia la mancanza di coesione tra le istanze del sé, le sollecitazioni provenienti dall’esterno e i vissuti provocati da carenze relazionali (mancato “incontro/dialogo” rispetto all’ambiente allargato). Per contro, la reazione difensiva si manifesta con l’assunzione di atteggiamenti rinunciatari, comportamenti passivo/aggressivi, fobie e apatia, o con la ricerca di sensazioni forti.

Appare inoltre crescente il numero di adolescenti che evidenziano uno stato di disforia di genere, la difficoltà di riconoscersi e ri-comprendersi nel proprio corpo e nella percettività del ruolo maschio/femmina, dunque, misurare lo stato d’animo di essere “sessualmente confusi”.

Altra considerazione deriva dall’osservazione della divergenza tra competenze intellettive di vario tipo e competenze sociali ed emotive. I giovani appaiono oggi come “mostri intelligenti”, capaci di utilizzare tecnologie sempre più sofisticate e assorbire un’infinità di informazioni molto di più che nel passato, ma al contempo risultano essere sempre più fragili dal punto di vista emotivo e sociale sia nell’abilità di stare con gli altri, di accorgersi delle proprie emozioni, di provare “empatia”, che nel saper tradurre le sensazioni e le emozioni in adeguate espressioni comunicative. Da qui, l’incedere dentro a un processo non meccanico né lineare, dove il passo verso l’insuccesso scolastico, l’antisocialità, l’emarginazione, l’aggressività espressiva e a volte il bullismo o la violenza è spesso breve. Le conseguenze di questi comportamenti sono visibili nel percorso di apprendimento caratterizzato da mancata o scarsa socializzazione, da insufficiente padronanza di conoscenze e di abilità culturali, da inadeguata gestione dei comportamenti e dei sentimenti. Uno stato di apatia che impedisce la partecipazione adeguata e soddisfacente alla vita sociale.

Chiedersi in che misura la famiglia è responsabile dei modelli e degli stereotipi che i giovani si costruiscono e si trascinano nelle esperienze successive è l’altro focus della ricerca. In molte situazioni la famiglia tende a delegare sempre più all’istituzione formativa (scolastica o extrascolastica) la “copertura temporale e spaziale” dei figli, deresponsabilizzandosi e concedendo invece scarsa presenza e vicinanza, rinunciando ad essere una base affettiva sicura ed educativamente affidabile. Essendo consapevoli di quanto la famiglia sia importante per il successo scolastico e l’integrazione educativa dei giovani, diventa imprescindibile giungere a definire quelle che, fra le molte, sono le problematiche più urgenti inter-sistemiche delle famiglie, corresponsabili di questo disagio. La Ricerca è stata centrata anche alla disamina di siffatte variabili, per vagliare la costruzione di interventi mirati e sottoposta a verifiche e valutazioni delle ipotesi. Entrambe le azioni progettuali, in ordine alle fasi di attuazione, sono già in itinere.

La scuola è un mondo costituito dall’intrecciarsi di molte relazioni inter-sistemiche; insegnanti/allievi, insegnanti/insegnanti, dirigenti scolastici/insegnanti e personale non docente, dirigenti/insegnanti/famiglie, a cui vanno aggiunte le connessioni con il territorio, i Servizi, i diversi consulenti esterni. Nella scuola, come in ogni sistema organizzativo si verificano difficoltà: didattiche, relazionali, conflittualità con colleghi e dirigenti, e con gli allievi; tuttavia, negli ultimi anni vi è stato un aumento di livello di tale problematicità in corrispondenza delle diverse fasi dell’evoluzione del sistema scuola. Una tappa importante è consistita nel passaggio dalla scuola d’élite, alla scuola di massa, che ha inevitabilmente comportato la difficoltà di far fronte a grandi numeri di studenti, e non più solo a studenti motivati o già predisposti allo studio e all’incontro con il sapere dalla famiglia d’origine. Un’altra tappa significativa dell’organizzazione/scuola è stata la progressiva introduzione del lavoro in gruppo e collegiale tra insegnanti, cosa che inevitabilmente ha implicato il doversi incontrare, e spesso scontrare, con le difficoltà della relazione con gli altri, con opinioni, stili educativi, modelli pedagogici, comportamenti diversi dai propri. Una parte successiva della ricerca è orientata alla realizzazione di percorsi di formazione calibrati sulle esigenze dei Docenti e dei Tutor/scolastici, con la costruzione di un percorso di apprendimento partecipato insieme a questi, al fine di far acquisire le conoscenze di base fattibili ad affinare l’esame degli elementi problematici osservati negli studenti, nonché la sperimentazione di strategie sinergiche (con il sistema sanitario) volte alla definizione di un assessment per la costruzione di una relazione intersoggettiva efficace, secondo modalità comunicative meglio rispondenti alla comprensione del “mondo giovanile”. Questa considerazione di cambiamento che deve essere parallela a quella con gli allievi anche per l’insegnante alla luce dei più moderni orientamenti delle scienze dello sviluppo, concorre alla rivalutazione dello spazio-scuola, vissuto e condiviso secondo il significato di luogo di interconnessioni contesto d’apprendimento e di sviluppo.

Data per scontata l’esistenza di una condizione di disagio diffuso che investe l’intera fascia adolescenziale, legata alla crisi di transizione determinata dallo sviluppo puberale – disagio evolutivo – e dai condizionamenti della società – disagio socio-culturale – la fattibilità applicativa delle azioni di ricerca scaturisce dalla conoscenza degli studenti e dall’analisi della condizione adolescenziale nei cicli scolari, con l’intervento, in primis, centrato all’ascolto, partendo dalla loro stessa percezione e/o manifestazione di difficoltà, per l’individuazione delle cause sociali di rischio di disagio e la decodificazione della domanda sottesa all’emersione di tali problematicità, tanto da permettere la predisposizione di altri interventi di promozione del benessere.

I focus per le successive azioni sono:

  • la natura delle relazioni tra adolescenti e tra giovani (gruppo dei pari);
  • le modalità di relazione e comunicazione inter-gruppo e con le figure adulte di prossimità;
  • i rapporti generazionali con le diverse Istituzioni (famiglia, scuola, istituzioni pubbliche, mondo del lavoro…);
  • la percezione e l’orientamento nei confronti delle norme istituite e delle regole comportamentali;
  • l’autoproduzione di regole (informali) condivise;
  • la gestione dello stress e le strategie di coping;
  • le strategie di risoluzione dei conflitti;
  • i modelli amicali;
  • le esperienze e i processi di eteronomia e di autonomia;
  • la condizione giovanile e le forme del disagio, l’orientamento futuro la progettualità in relazione ad    
  • una futura occupazione.

Partendo dall’osservazione di elementi incidenti quali:

  • la percezione/dis-percezione del proprio stato di salute, di benessere/malessere psico-fisico;
  • i processi di medicalizzazione del disagio;
  • la visualizzazione del disagio nella percezione dell’immagine corporea;
  • i vissuti di coscientizzazione o di negazione della propria condizione;
  • la dimensione emotiva e l’investimento negli spazi di realtà;
  • la vicinanza-prossimità a sostanze tossiche e a comportamenti ritenuti socialmente devianti;
  • la generatività dei conflitti e l’emergere dell’aggressività, l’emarginazione, il bullismo.

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Presupposto fondamentale di tutte le azioni della ricerca è la programmazione di un sostegno psicosociale personalizzato agli studenti nelle fasi del loro sviluppo maturativo, l’accompagnamento verso il riconoscimento del proprio disagio, l’oggettivazione della “qualità” del disagio e dei meccanismi di difesa attivati, lo sviluppo di dinamiche di motivazione per intraprendere un percorso autoriflessivo volto al concreto sviluppo del Sé coeso. Per Kohut (1978), il è come un apparato psichico primitivo la cui coesione e integrazione è essenziale per lo sviluppo successivo dell’Io, base essenziale per una personalità adulta integrata, per la costruzione di un adeguato senso della realtà, per una buona sicurezza interna, per la capacità di avere fiducia, di sperare e di saper tollerare e elaborare criticamente le frustrazioni. Eventuali distorsioni di coesione del sé, possono più facilmente favorire l’emersione di patologie e comunque di comportamenti di fragilità e di mancato riconoscimento di sé e delle proprie risorse in adolescenza.

L’adolescenza è “un’epoca di passioni tristi”, proiettate dentro una dimensione collettiva.

L’adolescente tende ad agire principalmente per autodefinirsi: elabora la propria realtà interna, instabile e in continuo mutamento dinamico, mediante l’azione verso l’esterno. I comportamenti a rischio sono solitamente una risposta caratteristica che essi mettono in atto rispetto ai compiti evolutivi.

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Le possibili cause che determinano il disagio giovanile sono rintracciabili in:

  • ambiente familiare di appartenenza, spesso carente sul piano socioeconomico, culturale e affettivo;
  • contesto socio-culturale. Tanto più una società è complessa, tanto più crea diversità al suo interno. Dal nucleo produttivo integrato tende ad allontanare le fasce deboli con conseguenti possibili fenomeni di marginalità;
  • difficoltà d’apprendimento e/o disagio personale che può esitare in patologie comportamentali, disadattamento, devianza;
  • mancanza di modelli e valori stabili cui ispirarsi e, per contro, la pervasività delle culture emergenti (internet, discoteca, moda, ecc.), hanno indebolito negli adolescenti, oggi più che mai, il senso di appartenenza al sistema sociale di provenienza e all’istituzione scolastica;
  • perdita del senso della propria identità;
  • istituzione Scuola che, sempre più, si caratterizza attraverso uno scambio comunicazionale povero e monotono, conforme a un’organizzazione didattica rigida ed uniforme che privilegia lo studio rigido delle discipline prevalentemente contenutistico e richiede, da sempre, una confermata attenzione al compito ed al risultato, anziché al Soggetto e al processo di apprendimento;
  • carenza di agenzie educative extra-scolastiche.
  • facilitare i percorsi di creatività.

Gli interventi a finalizzati prevedono l’attivazione di Laboratori di Gruppoanalisi focalizzati su:

  • Sessualità e socio-affettività: orientare l’acquisizione di comportamenti efficaci ad evitare i rischi connessi ad una sessualità non consapevole;
  • Educazione alle differenze, identità e stereotipi di genere;
  • Corporeità, “visualizzazione” del disagio attraverso la percezione e/o dis-percezione dell’immagine corporea, percorso denominato: star bene nel proprio corpo
  • Rischi connessi ad una sessualità non consapevole;
  • Disarmonie di genere;
  • Disturbi dell’alimentazione.

La ricerca include azioni dedicate alla promozione del Ben-Essere olistico, al miglioramento, della qualità della vita e allo sviluppo delle potenzialità e qualità relazionali. Promuove i percorsi per il raggiungimento dell’autonomia, della valorizzazione della esperienza giovanile, è iter di partecipazione alla realtà sociale e di orientamento al mondo del lavoro. L’attuazione è sostenuta dalla previsione di piani di educazione alla salute contestualizzati dove avviare processi di empowerment all’interno della comunità giovanile e azioni di peer education secondo i seguenti assi di contenuti:

  • situare i giovani nel contesto attuale della cultura di genere;
  • motivarli all’elaborazione di risposte adeguate alle richieste provenienti da se stessi e dal contesto sociale;
  • accompagnarli nel riconoscimento/formazione dei ruoli sessuali porgendo, a tal fine, strumenti di comprensione anche ai docenti e alle famiglie;
  • aumentare la cultura sociale controbattendo la sottocultura stigmatizzante e il pregiudizio di genere;
  • aiutarli nella rielaborazione delle rappresentazioni sociali comunemente intese;
  • ampliare i percorsi di accrescimento culturale;
  • costruire nel contesto/Scuola il clima favorevole all’interlocuzione dentro al circolo ermeneutico della comunicazione-informazione, scambio, riflessione, dibattito critico, “ritorno dell’informazione” favorevole al raggiungimento dell’autoefficacia e del successo formativo dello studente;
  • realizzare contesti favorevoli al raggiungimento di una democrazia paritaria;
  • contrastare l’omofobia.

La Ricerca-Intervento è suddivisa in:

I Fase: rilevazione dei dati relativi alla realtà scolastica adolescenziale e pre-adolescenziale attraverso una indagine qualitativa.

II Fase: Interventi sulle classi con presenza di disagi a seguito dell’analisi dei dati derivati dalla somministrazione di griglie osservative compilate dai docenti e di altre griglie orientative sull’osservazione di sé, a cura degli studenti.

III Fase: Valutazione e classificazione dei disagi emersi centrata sull’emersione dei punti forza e delle debolezze risultate dall’analisi del contesto socio-culturale della comunità giovanile rilevati attraverso la SWOT Analysis, al fine della definizione di una diagnosi sociale.

Lo scopo è arrivare alla sistematizzazione di correttivi, co-costruiti insieme agli studenti nel rispetto delle loro esigenze. La “ricaduta” sociale è l’avvio di un processo di crescita all’interno della comunità stessa. Lo schema analitico SWOT è lo strumento di pianificazione strategica impiegato per la stima dei punti di: forza (Strengths) e di debolezza (Weaknesses) nonché di riferimento alla valutazione delle opportunità (Opportunities) e delle minacce (Threats) determinate dall’ambiente.

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Condizione sostanziale è inoltre quella di fornire agli studenti corrette informazioni provenienti da fonti scientifiche accreditate, necessarie per la messa in atto di comportamenti efficaci diretti ad evitare i rischi connessi ad una sessualità non consapevole, facilitare nei giovani la creazione e l’opportunità di dotarsi di un bagaglio di cultura riflessiva che comporti la possibilità di vagliare e sperimentare le capacità di risposte adeguate alle richieste provenienti da se stessi e dal contesto sociale di appartenenza. Gli apprendimenti devono poter connettersi ad una capacità di autoriflessione sulla costruzione del Sé, che permetta di analizzare la formazione dei ruoli sessuali. I Laboratori di Gruppo rivolti a tutti gli attori della ricerca (studenti, docenti e in seguito familiari) e attuati attraverso l’applicazione delle strategie dell’educazione socio-affettiva, rimandano alla realizzazione di un clima comunicativo efficace per l’esposizione delle risorse personali e degli strumenti idonei affinché docenti, famiglie, ragazzi e ragazze possano ri-comprendersi, muovendosi all’interno di relazioni empatiche, efficaci e costruttive con gli altri, affermandosi assertivamente e sapendo compiere scelte consapevoli. Inoltre, si intende incoraggiare nei giovani la capacità di chiedere aiuto e di valutare i vari strumenti che l’organizzazione sociale in cui vivono è in grado di destinare

Educare alle differenze

L’educazione alle differenze e saper riconoscere gli stereotipi di genere è un’azione mirata a disvelare il processo di costruzione sociale dei ruoli. L’esercizio di ruolo e la conferma identitaria pongono il giovane nella condizione di maturare una personalità capace di rielaborazione critica delle rappresentazioni sociali e delle relazioni paritarie in ambito privato, per la comprensione dei sistemi gruppali e familiari e di una più equa distribuzione delle responsabilità di ognuno all’interno della famiglia e nella sfera pubblica per il raggiungimento di una democrazia paritaria. Educare alle differenze rispettando le vere inclinazioni individuali, al di fuori di quello che ci si aspetta tradizionalmente dal ragazzo o dalla ragazza, vuol dire “produrre una rivoluzione Copernicana”, predisporre un tessuto culturale libero da condizionamenti sviluppando il senso critico e l’accettazione dell’Alter da Sé.

La metodologia degli interventi è imperniata sull’approccio bio-educativo teso alla valorizzazione e al confronto delle opinioni, concretizzato in un setting interattivo e flessibile atto alla sperimentazione e agito in un clima di scambio circolare e di rispetto reciproco.

La scelta delle metodologie didattiche predilige la Gruppoanalisi, e l’Approccio Socio-individuale, il metodo integrato per l’Educazione Psicoemotiva, e le tecniche operative di Gordon (1979, 1981): ascolto attivo, messaggio Io, circle time, brain storming, simulate, facilitazioni comunicative, giochi di ruolo, tecniche espressive, audio-video registrazione, proiezione di film e documentari, discussioni mirate al problem solving, attività centrate sulla persona da attivarsi essenzialmente all’interno di laboratori esperienziali.

Ascolto attivo e presa in carico

Presso il Servizio Sociale Professionale, Area Integrazione Socio Sanitaria del Distretto “Tirreno” dell’ASP di Cosenza, a cura della dott.ssa Emilia Luigia Pulitanò è attivo un Servizio di Consulenza in Sessuologia, rivolto a adolescenti, coppie e famiglie e volto al sostegno della omogenitorialità.

Emilia Luigia Pulitanò

Assistente Sociale Specialista di formazione Sistemico-Relazionale, Gruppoanalista, Sessuologo e Project Maker, Responsabile del Servizio Sociale Professionale-Area Integrazione Socio Sanitaria e dell’Osservatorio Scuola/Sanità per il Disagio e la Disabilità del Distretto Sanitario “Tirreno” dell’ASP di Cosenza

Vincenzo Bonomo

Assistente Sociale Specialista, Coordinatore dell’Unità Multidisciplinare/NPI e dell’Osservatorio Scuola/Sanità per il Disagio e la Disabilità del Distretto Sanitario “Tirreno” dell’ASP di Cosenza. Presidente AsNAS – Associazione Nazionale Assistenti Sociali

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