Alcol e buone prassi sociologiche

Il tema dell’alcol, oggi, non può non essere collocato all’interno del più ampio tema del benessere sociale, da una parte in termini di fiducia, appartenenza, inclusione, coesione, sicurezza, qualità della vita (sempre più marginali a causa di una globalizzazione non governata, di una sempre maggiore individualizzazione dei rapporti, di ampi e articolati processi di diversificazione culturale), dall’altra in termini di teorie e rappresentazioni sociali, di forme relazionali e collettive che tentano di definirlo. In questo si collocano le domande su quale welfare dinamico e quale governance sia oggi possibile o più in generale quali forme di convivenza sociale siano maggiormente benefiche per l’individuo, i gruppi, la comunità, nelle loro diverse manifestazioni, nelle loro diverse richieste, in una società, oggi, sempre più multiculturale. Parlare di benessere sociale non è solo un altro modo per dire capitale sociale, inclusione, partecipazione, coesione, perché oggi è forse superata nella società globalizzata la classica distinzione tra relazioni “primarie” e “secondarie”, perché vi è bisogno e ricerca di socialità anche a distanza (leggi social network, leggi “nativi digitali”, leggi comunicazione virtuale) e di riferimenti di appartenenza culturali ed identitari, storicamente e simbolicamente, fondati.

In questo panorama si colloca il tema del bere bevande alcoliche (come il consumo di altre sostanze stupefacenti, legali e non), in primis come forma di piacere, come senso e scelta culturale, individuale, gruppale, che può tradursi in problematicità fisica e psico-sociale. Ciò premesso, assume ancora più forza nel campo dell’offerta di servizi, di prestazioni, il tema dell’integrazione e della rete tra settori sociali, socio-educativi e sanitari; un’integrazione che non annulla autonomie e differenziazioni, ma implica il concorso di settori che si interconnettono per favorire aree di integrazione quali formazione, comunicazione, risorse economiche e non, consulenze.

La Società Italiana di Sociologia della Salute (SISS.), insieme alla Regione Friuli Venezia Giulia e all’Associazione Italiana di Sociologia (AIS), in un convegno dal titolo “Il fenomeno del bere oggi e la sociologia della salute. Analisi, riflessioni e prospettive” (Trieste, novembre 2011) ha inteso affermare la propria identità e la propria mission di Società scientifica (sociologi professionali e accademici di tutto il territorio nazionale) volta a portare contributi teorici, metodologici ed operativi nell’ambito dei processi di sviluppo e di modificazione del welfare sociale e sanitario. La SISS. ha quindi fatto propri la vastità dei problemi legati all’alcol e del bisogno di un approccio euristico ed operativo multidimensionale per elaborare strategie di prevenzione, cura e reinserimento a partire da tutte le componenti della società civile, dal mondo della sanità e della salute, alla scuola, per condividerla con gli enti locali, le associazioni, il mondo del lavoro e le forze dell’ordine. Come hanno scritto Franco Prina ed Enrico Tempesta [2010] «[…] per comprendere il “pianeta alcol” è necessario fare ricorso al contributo scientifico di varie discipline e sostenere gli sforzi per una loro maggiore integrazione, ovverosia sostenendo le ragioni dell’interdisciplinarietà, nella convinzione che un fenomeno ad alta complessità può essere compreso solo integrando saperi, approcci, metodologie di ricerca diversi».

Dall’analisi socio-epidemiologica emerge che il consumo di alcol è uno degli elementi determinanti per la salute di una popolazione ed è ormai evidente a livello scientifico la correlazione tra l’evento consumo di alcol e l’aumento del rischio di morbilità e disabilità psicofisica nonché di mortalità per alcune cause. La promulgazione di una legge quadro in materia di alcol e problemi alcolcorrelati (L.125/2001) ha cercato non solo di definire una serie di norme finalizzate al controllo, alla cura e alla prevenzione ma ha aumentato nell’opinione pubblica la consapevolezza del problema, in particolare il rischio alcol negli adolescenti e nei giovani; infatti le maggiori cause di morte tra gli adolescenti (incidenti stradali e suicidio) non hanno a che fare con le malattie ma con comportamenti che riflettono l’attrazione per il rischio, la sregolatezza, la tendenza a ritenersi invulnerabili e le difficoltà socio-psicologiche nel passaggio all’età adulta.

Il Piano di Azione Nazionale antidroga 2010-2013 afferma tra le altre cose che l’alcol (e l’abuso di energy drink a base di caffeina, taurina ed altri stimolanti ma inserite nel panorama delle bibite analcoliche) costituisce sempre più la sostanza psicoattiva di primo accesso ai comportamenti di assunzione di sostanze stupefacenti illegali. Non solo, chi usa sostanze illegali, sia stimolanti che inibenti, associa l’alcol con una prevalenza tra il 60 e l’85%; in questo quadro si colloca il binge drinking (il bere per ubriacarsi), non solo nei giovanissimi. Il tema del consumo di bevande alcoliche sta assumendo nel nostro Paese una particolare connotazione ambivalente seppure riunita in un unico denominatore comune: la preoccupazione per un fenomeno di cui siamo incapaci a gestire; infatti, da un lato vi è il timore diffuso nel mondo della produzione vinicola italiana per la perdita di quote di mercato a favore di prodotti esterni ed estranei alla nostra tradizione, dall’altro vi sono i timori di quanti si confrontano con la necessità di contenere gli effetti sfavorevoli dell’alcol specie sulle prestazioni che richiedono vigilanza, quali guida ed attività lavorativa.

Il mondo alcol è quindi variegato e complesso: i problemi alcol-correlati crescono non solo a causa di eventi drammatici ed avversi o legati alla malattia (l’età media dei pazienti in carico ai servizi territoriali è in salita con bisogni assistenziali organici e psico-sociali molteplici e diversificati) ma, soprattutto, in termini di compromissione di ruoli sociali, perdita di affidabilità, senso di insicurezza e malessere diffuso. In tale dimensione, l’apporto della sociologia della salute, nelle sue componenti teoriche, di ricerca, ma anche e soprattutto di buone prassi operative, può e deve inserirsi a pieno titolo in un rapporto di pari dignità scientifica con le altre discipline medico-psicologiche.

Il volume Alcol e buone prassi sociologiche (Franco Angeli, 2013) che ho recentemente curato, vuole evidenziare il valore della sinergia fra il piano della progettazione, programmazione e valutazione coordinata degli interventi da parte dei servizi sociali e socio-sanitari e quello più istituzionale delle varie forme di governance distrettuale, provinciale, regionale. Il volume mette prevalentemente al centro la sociologia della salute nelle sue valenze teoriche, di ricerca e di prassi sia nella lettura dei fenomeni culturali e sociali nella loro complessità e interazione con gli altri settori legati al “bere”, sia nel qualificare l’essere presenti come professionisti inteso come abilità nel saper accogliere/accompagnare/”prendere in carico” e soprattutto nel saper fare “rete” e promuovere empowerment sociale e istituzionale.

Il volume è stato diviso in sei parti, con prevalente attenzione alle buone prassi, allo scopo di renderlo più facilmente leggibile.

La prima parte presenta saggi introduttivi al titolo del volume e come le politiche e le pratiche di governance possano favorire interconnessioni tra il “sistema di cura” e il “sistema di comunità” nel pianeta alcol; in questo quadro il ruolo della sociologia della salute, delle sue potenzialità, ma anche delle sue debolezze o assenze (Ugolini). A seguire il ruolo della sociologia negli studi alcologici in merito ai fattori culturali e sociali, nel mondo e in Italia, studi che richiamano il valore dell’intervento, non solo orientato alla cura della dipendenza da alcol, ma alla capacità di intercettare i comportamenti a rischio e a diversificare gli obiettivi sia preventivi che di trattamento da parte dei servizi (Beccaria). A queste prime letture si collega la difficoltà di disegnare una mappa di prevenzione e di buone pratiche in quest’area; l’invito è quello di essere parte di un sistema/mappa in continuo movimento, sentirsi dentro a un intreccio di strade, a volte confuso e spesso con molti punti interrogativi (cinque “regole” da evitare”), senza mai allontanarci dai compiti della sperimentazione e della valutazione (Renzetti).

Il sistema di monitoraggio della salute della popolazione italiana adulta (PASSI, Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) cerca sia di stimare la frequenza e l’evoluzione dei fattori di rischio per la salute (tra cui l’alcol) legati ai comportamenti individuali e collettivi, sia la diffusione delle misure di prevenzione conseguenti; tensione, quindi, ad una ricerca operativa orientata all’essere supporto progettuale dei decision makers nazionali, regionali e locali (Bertozzi et al.). A seguire il ruolo della ricerca scientifica e dei saperi esperti nella definizione di politiche e norme a rinforzare la consapevolezza che molteplici sono i fattori e gli attori che contribuiscono a delineare, approvare e implementare problemi socialmente costruiti (e relative politiche) come quello dell’alcol (Prina). Chiude questa parte una lettura sociologica al consumo, al consumo problematico e alla dipendenza da alcol nella società del rischio; un concetto di dipendenza sempre più sostituito da quello di addiction perché assume una connotazione più ampia, che include diverse dipendenze, quelle da sostanze (tra cui l’alcol, oggetto di approfondimento psico-sociologico) e quelle da comportamenti (Cattarinussi).

Buone prassi negli osservatori socio-epidemiologici

Da un’ipotesi concreta di Osservatorio alcol nazionale a uno storico e consolidato Osservatorio Dipendenze Patologiche in Emilia Romagna. Il saggio su monitoraggio alcol e salute a livello nazionale (Giordani), oltre a descrivere alcuni contributi, teorici e metodologici, di carattere sociologico, utilizzati nell’affrontare il tema dei problemi e delle patologie alcol correlate (Ppac), espone riflessioni su come la formazione sociologica possa essere applicata a funzioni di coordinamento e mette in luce alcune indicatori sintetici sul Piano Nazionale Monitoraggio Alcol e Salute (Pnmas) ed in particolare su come andrebbe organizzata la sorveglianza dei Ppac in Italia secondo la prospettiva suggerita dai tecnici delle Regioni e delle pubbliche amministrazioni italiane. Il Pnmas costituisce un documento di consenso a carattere tecnico scientifico, che definisce e propone un modello per la raccolta dei dati alcologici, in linea con la L.125/2001 ed il Piano nazionale alcol e salute. A livello locale la realtà dell’Osservatorio Dipendenze Patologiche dell’Azienda USL di Cesena, fotografa di riflesso il quadro normativo e la realtà dell’Osservatorio omonimo della Regione Emilia Romagna e degli undici Osservatori provinciali; questo raccoglie, elabora, analizza e diffonde informazioni sul fenomeno delle dipendenze patologiche in generale (droghe illegali, alcol, nicotina, gambling) a partire dall’attività terapeutica della “domanda espressa”, tramite la cartella clinica regionale informatizzata dei SerT. (a stretto contatto con medici, infermieri, psicologi, figure socio-educative) e dalle ricerche socio-epidemiologiche sulla comunità per meglio conoscere “stili di vita” e “domanda latente”; possiamo evidenziare come a Cesena l’osservatorio tenda ad integrare clinica-valutazione-ricerca-formazione (Teodorani, Ugolini). Da Osservatori consolidati ad osservatori più giovani come quelli di Cosenza e Catanzaro che nella loro qualità e valore vivono l’assenza di un quadro normativo regionale che dia loro maggiore identità di ruolo e di sistema (Guzzo, Fiorita,Grande).

Buone prassi nei piani per la salute e il benessere

Lo strumento per eccellenza dei processi di governance in questi anni per raccordare il piano macro delle norme e delle politiche con il livello micro delle pratiche operative anche nell’area delle tossico alcoldipendenze è stato, da parte di molte Regioni italiane, il piano di zona; questo ha teso a soddisfare tre aspetti chiave: a) il legame tra il piano della programmazione e quello delle pratiche; b) le relazioni tra il livello regionale e quello territoriale; c) l’integrazione tra gli attori e le politiche del territorio, all’interno di una visione strategica condivisa. Viene approfondito quanto sopra anche tramite una ricerca nazionale per conto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali sul valore del Piano di Zona, ma allo stesso tempo della sua inutilità, laddove non vi sia un legame molto forte tra il momento della programmazione e le prassi che ne conseguono; nelle molte esperienze promosse in diverse Regioni italiane abbiamo piani di zona perfettamente costruiti ma che non hanno prodotto nessun risultato concreto perché non sono stati il mezzo ma il fine (Zantedeschi). Nel quadro programmatorio dei Piani di Zona si pone il percorso e la prassi operativa consolidata interna a un protocollo tra Ser.T. e Commissione Medica Locale Patenti a Trieste; protocollo con l’obiettivo non solo di una completa valutazione di idoneità alla guida (così da proteggere il guidatore e il gruppo sociale da ulteriori rischi), ma anche quello di produrre salute attraverso atti preventivi legati al riconoscimento precoce di eventuali problemi o patologie alcolcorrelate (Ticali et al.).

Buone prassi nella clinica

Il concetto culturale del bere e l’analisi delle difficoltà e delle sofferenze che molte persone sperimentano, ben si presta come occasione per riflettere sulla natura multidimensionale dell’agio e del disagio e sulle interazioni ecologiche di ogni intervento sanitario e socio-assistenziale volto a riacquistare benessere. Se l’ottica è una cultura di medicalizzazione della salute e del benessere, in quel caso, ben si prestano gli strumenti di cura sanitari e psico-sociali, ma, allo stesso tempo, va colta in questi interventi l’occasione di ricomposizione soggettiva di un senso che ognuno esperisce nella molteplicità dei suoi spazi esistenziali vissuti. Parole chiave come “lavoro metareticolare”, “singolarità e pluralità”, “personalizzazione e comunitarietà”, vanno colte e composte insieme nel loro intreccio perché a quel livello si generano le risposte più efficaci (Gui). Il tema della doppia diagnosi, inteso come coesistenza nello stesso individuo di un disturbo dovuto all’abuso da sostanze psicoattive (tra cui l’alcol) e di un altro disturbo psichiatrico viene ampiamente delineato nei suoi diversi intrecci e nella formulazione di una corretta diagnosi allo scopo di evitare inevitabili fallimenti terapeutici (e di un inutile protrarsi di sofferenza per il paziente ed i suoi familiari). La descrizione dell’intervento congiunto tra servizio dipendenze patologiche e servizio di salute mentale sui pazienti in doppia diagnosi può seguire quattro modalità (sequenziale, parallelo, condiviso, integrato) ove i vari interventi farmacologici, psico-sociali e residenziali/comunitari dovranno trovare una loro appropriata ed efficace collocazione nel piano terapeutico personalizzato (Canzian).

Buone prassi nella prevenzione

Come già premesso sulla difficoltà di disegnare una mappa di prevenzione e di buone pratiche (Renzetti) questa parte ha teso a presentare lavori di prevenzione comunitaria nei contesti del loisir notturno (Cippitelli), nella scuola (Noro), nella comunità locale (Martuscelli), in una rete locale (Cersosimo). L’obiettivo generale che caratterizza queste pratiche di prevenzione non è la sospensione (o la non iniziazione) del consumo di alcol ma la riduzione o la modifica dei comportamenti a rischio attraverso l’aumento di consapevolezza sui consumi in relazione alle sostanze, ai rischi connessi e all’aumento delle conoscenze (empowerment ai vari livelli). Le buone pratiche di prevenzione presentate si muovono sempre su logiche e metodologie attive, anche utilizzando ricerche-azioni sociologiche, spesso qualitative.

Bibliografia di riferimento

Bertin G. Piano di zona e governo della rete. FrancoAngeli, Milano, 2012

Bertin G, Fazzi L. La governance delle politiche sociali in Italia. Carocci Faber, Roma, 2010

Cipolla C, Pini G, Ugolini P. Della salute dei giovani. FrancoAngeli, Milano, 2006

Dipartimento Politiche Antidroga-Presidenza del Consiglio dei Ministri. Relazione annuale al Parlamento 2012 sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze in Italia. Luglio 2012

Guarino F. Alcol e stile giovane. Un’interpretazione sociologica. FrancoAngeli, Milano,2011

Ingrosso M. Senza benessere sociale. Nuovi rischi e attesa di qualità della vita nell’era planetaria, FrancoAngeli, Milano, 2010

Orsi W, Ciarrocchi RA, Lupi G. Qualità della vita e innovazione sociale. Un’alleanza per uscire dalla crisi.  FrancoAngeli, Milano, 2009

Prina F, Tempesta E. (a cura di). Salute e società, I giovani e l’alcol: consumi, abusi, politiche. Una rassegna critica multidisciplinare. Anno IX, Supplemento al n.3/2010

Serpelloni G, Alessandrini F, Zoccatelli G, Rimondo G. Neuroscienze delle dipendenze: il neuroimaging. Manuale per gli operatori dei Dipartimenti delle dipendenze. Terza edizione. Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2012

Ugolini P. (a cura di). Qualità e outcome nelle dipendenze. Dibattito europeo e italiano, esperienze in Emilia Romagna. FrancoAngeli, Milano, 2005

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