Centri di identificazione ed espulsione. Rischio salute per immigrati e operatori

A partire dagli anni Ottanta le migrazioni irregolari e clandestine sono apparse in tutto il mondo sviluppato come una minaccia all’ordine pubblico e alla sicurezza dei cittadini. La lotta a tale fenomeno si è gradualmente imposta come priorità politica internazionale (Pastore, 2001). La detenzione amministrativa è utilizzata da diversi anni in molti Paesi occidentali per contrastare l’immigrazione irregolare. All’interno dell’Unione Europea, si contano circa 420 strutture di trattenimento ufficiali, con una capienza totale di quasi 37.000 posti. Le tipologie più frequenti dei luoghi di detenzione sono i centri in cui vengono trattenuti gli stranieri al momento dell’arrivo, per consentire la verifica dei requisiti di ingresso e soggiorno, e le strutture deputate all’espulsione o al rimpatrio degli immigrati irregolarmente presenti sul territorio (MEDU, 2013). Al di là delle differenze strutturali, tutti i centri presentano tratti comuni: l’isolamento in uno spazio separato dal mondo esterno; la promiscuità fra i trattenuti, la totale presa in carico degli stessi da parte dell’ente gestore (pubblico o privato). In Italia, i diversi centri sono pianificati dalla Direzione centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo e sono gestiti dalle Prefetture-Utg tramite convenzioni con enti, associazioni o cooperative aggiudicatarie di appalti del servizio.

Particolarmente difficile si è subito dimostrata la vita dei migranti e degli operatori all’interno dei centri di identificazione ed espulsione (Cie), ex centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta o, più brevemente, Cpt), istituiti dalla legge Turco-Napolitano (legge 6 marzo 1998, n. 40). Le proteste da parte della società civile partono subito dopo l’allestimento dei primi centri, all’inizio del 1999, in alcuni casi con esiti drammatici. Nel 2001, in seguito alla “rivolta dei giudici di Milano”, la Corte Costituzionale, nella sentenza 105 del 2001, riconosce il carattere detentivo e afflittivo del trattenimento nei Cpta senza mettere in discussione la legittimità della loro esistenza. Nel 2002 la legge Bossi-Fini di modifica del Testo Unico sull’immigrazione rende obbligatorio in tutti i casi di irregolarità l’accompagnamento coattivo alla frontiera da parte della forza pubblica, aumenta il tempo massimo di permanenza da 30 a 60 giorni e incrimina la trasgressione dell’ordine di espulsione e la permanenza irregolare sul territorio nazionale, prevedendo l’arresto obbligatorio delle persone che commettono tale reato, punibile con sanzione penale da 6 a 12 mesi di reclusione. Nel gennaio 2004 Medici Senza Frontiere pubblica un rapporto sui Cpt italiani in cui descrive gravi violazioni dei diritti umani e della dignità della persona e un elevato tasso di episodi di autolesionismo tra i trattenuti. Un anno dopo, Amnesty International riscontra un eccessivo uso di sedativi e tranquillanti, condizioni di vita non conforme alle regole dell’igiene e un’insufficiente assistenza sanitaria. Nell’estate del 2006 un gruppo di lavoro composto da parlamentari, organizzazioni ed esponenti della società civile pubblica un Libro Bianco sui Cpt in cui si rilevano: sistematica violazione delle leggi in materia di immigrazione da parte delle autorità; esclusione del diritto di asilo; chiusura dei centri al mondo esterno (stampa, organizzazioni umanitarie, amministratori locali); utilizzo dei Cpt come ingiusto prolungamento della detenzione ai fini del riconoscimento di stranieri che sono stati in carcere anche per diversi anni. Nel gennaio 2007 una commissione d’indagine sui Cpt presieduta dall’ambasciatore Staffan De Mistura presenta alcune proposte finalizzate al loro superamento mediante un processo di “svuotamento di tutte le categorie di persone per le quali non c’è esigenza di trattenimento”, ma tali proposte hanno avuto come unico effetto la chiusura di alcuni centri. Nel 2008 il Decreto Legge Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica(DL del 23 maggio 2008, n. 92), modifica il nome dei centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) in centri di identificazione ed espulsione (Cie) presentando disposizioni che evidenziano la tendenza generale alla criminalizzazione dell’immigrazione irregolare. Nello stesso anno il Parlamento e il Consiglio dell’Unione europea adottano la Direttiva 2008/115/CE (Direttiva rimpatri) che impone agli Stati di concedere in via preliminare un termine per il rimpatrio volontario dello straniero, ricorrendo all’espulsione con accompagnamento coattivo ed eventuale trattenimento solo in seconda battuta. Gli Stati, inoltre, possono detenere lo straniero in via di espulsione solo quando sussista il pericolo di fuga o la persona coinvolta impedisca od ostacoli l’espulsione. Inoltre, la detenzione senza concreta prospettiva di espulsione è da considerarsi illegittima. Ma inizialmente il legislatore italiano si limita a introdurre l’innalzamento del termine massimo di detenzione. Dall’8 agosto 2009, con l’entrata in vigore del cosiddetto “Pacchetto sicurezza” (legge 15 luglio 2009, n. 94, recante disposizioni in materia di sicurezza pubblica), il termine massimo di permanenza degli stranieri nei Cie passa da 60 a 180 giorni complessivi. Con la stessa legge viene introdotto nel Testo Unico sull’immigrazione il nuovo articolo 10 bis, ossia il cosiddetto reato di clandestinità, attraverso il quale vengono incriminati l’ingresso e il soggiorno illegale nel territorio dello Stato. Per numerosi giuristi l’introduzione di tale reato mira ad eludere l’applicazione della Direttiva rimpatri e ingolfa gli uffici giudiziari. Iniziano allora proteste e rivolte da parte dei migranti trattenuti, tentativi di fuga, denunce di pestaggi e arresti. Nell’aprile 2011 il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, emana la Circolare n. 1305, che proibisce l’accesso ai Cie e ai Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) dei mezzi di informazione, delle organizzazioni indipendenti (tranne alcune menzionate nella stessa circolare) e di esponenti della società civile, provocando una forte mobilitazione di settori dell’associazionismo e della stampa. Con l’adozione del Decreto Legge 23 giugno 2011, n. 89, convertito in legge n. 129 del 2 agosto 2011, l’Italia completa, infine, il recepimento della Direttiva europea. La legge di trasposizione italiana comporta un inasprimento della disciplina e l’innalzamento del termine massimo di trattenimento nei Cie a 18 mesi. La seconda metà del 2011 è dunque segnata ancora da numerose proteste, scioperi della fame, atti di autolesionismo, evasioni e rivolte all’interno dei Cie. Il 2012 inizia con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo nel caso Hirsi Jamaa per le violazioni degli articoli 3 (divieto di tortura e di trattamenti inumani degradanti) e 13 (diritto a un ricorso effettivo davanti alle autorità nazionali) della Convenzione europea dei diritti umani e dell’articolo 4 (divieto di espulsioni collettive di stranieri) del Protocollo addizionale numero 4 alla Convenzione stessa, commesse durante il respingimento di un rilevante numero di profughi africani provenienti dalla Libia tra il 6 e il 7 maggio 2009 (ECHR, 2012). A partire dallo stesso anno, inoltre, con il taglio dei fondi per la gestione dei Cie operato dal governo e l’adozione di gare d’appalto al ribasso con base d’asta di 30 euro pro die per persona, si rende più difficile mantenere servizi di attività essenziali, quali l’assistenza legale, il sostegno psicologico o la fornitura di beni di prima necessità. Nel mese di marzo un rapporto sullo stato delle carceri e dei centri per i migranti della Commissione dei diritti umani del Senato evidenzia la precarietà delle condizioni di vita all’interno dei centri. Il 30 luglio la IX sezione civile del Tribunale di Torino deposita un’ordinanza che sancisce l’illegittimità del trattenimento dei cittadini appartenenti all’Unione europea nei Cie oltre le 96 ore. A dicembre il Tribunale di Crotone, con la sentenza n. 1410 del 12 dicembre 2012, riconosce la legittima difesa a tre cittadini nordafricani, protagonisti ad ottobre di una rivolta nel Cie di Isola Capo Rizzuto e accusati di lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti. I tre migranti erano rimasti sul tetto del centro per una settimana lanciando vari oggetti – tra cui rubinetti e grate – al personale di sicurezza per protestare contro le pessime condizioni di vita all’interno della struttura. Il giudice stabilisce che la reazione degli imputati sia da considerarsi proporzionata all’offesa recata ai loro diritti fondamentali. Fattore decisivo per la sentenza le condizioni di vita del centro, descritte come “al limite della decenza”. Il 4 febbraio 2013 il Tribunale di Torino viene chiamato a decidere sulla richiesta di proroga del trattenimento nel Cie torinese di un cittadino albanese affetto da una forma severa di disturbo borderline della personalità. Il personale sanitario del centro ritiene il migrante idoneo al trattenimento. All’esito dell’udienza, però, il giudice proroga il trattenimento per soli sette giorni, anziché per i trenta giorni originari, ritenendo necessaria una relazione clinica specialistica in grado di chiarire se le condizioni di salute del paziente siano compatibili o meno con una presenza nel centro. La sentenza restituisce rilevanza alla tutela della salute del migrante trattenuto, anche in relazione alla possibilità che le specifiche condizioni di permanenza e di assistenza sanitaria all’interno del Cie configurino la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, per il quale nessun individuo può essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti (MEDU, 2013). Nel 2014 continuano le proteste e le rivolte in diversi centri. Al Cie di Ponte Galeria, a Roma, immigrati marocchini provenienti da Lampedusa, si cuciono la bocca per protestare contro le condizioni e i tempi di permanenza nei Cie italiani. Il Garante dei detenuti del Lazio parla di vergogna. Il vice sindaco di Roma, Luigi Neri, parla di superamento dei centri di identificazione ed espulsione. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiamato in causa con una lettera scritta direttamente dagli immigrati, invita a riflettere sulla legge e sui tempi di trattenimento. Papa Francesco, dopo aver ricevuto una lettera da parte degli ospiti del Cie di Roma, invoca parole di speranza e conforto a profughi e rifugiati e accoglienza dignitosa per i migranti. Il Ministro dell’Interno, Alfano, invece ricorda che all’interno dei Cie vi sono anche ex detenuti per spaccio, rapina, lesioni e tentato furto. Per il senatore Luigi Manconi, sociologo, presidente della Commissione Straordinaria Diritti Umani, gli immigrati trattenuti nei centri di identificazione ed espulsione vivono una condizione di non-tempo e non-luogo e vengono tenuti in condizioni sanitarie inaccettabili.

La spinta ad immaginare uno stato di vita più felice di quello ritrovatosi in sorte appartiene all’essere umano. Migliaia di migranti continuano ad arrivare in Italia, e non perché è stato abolito il reato di clandestinità. La loro salute viene rapidamente logorata dalla mancanza di reddito e di supporto familiare, da sottoccupazione e degrado abitativo, da abitudini alimentari diverse e così via. Pertanto, presto compaiono le tipiche malattie della povertà: scabbia; tubercolosi; affezioni micotiche, virali e veneree. Molti di loro passano (a volte ri-passano) per i Cie dopo aver contratto malattie senza essersene accorti, presentando condizioni di salute peggiori dei detenuti in carcere. Alcuni vengono espulsi, altri restano in Italia.

I centri di identificazione ed espulsione sono luoghi di sofferenza, dove è difficile far valere il diritto alla salute; sono luoghi in cui persone apparentemente sane convivono con altre che presentano malattie mentali o tumorali, malattie gastroenteriche, cardiovascolari, malattie trasmissibili come le infezioni da Hiv e l’epatite. Difatti nei Cie muratori, spacciatori, badanti, colf, venditori ambulanti, tossicodipendenti, raccoglitori di pomodori, prostitute, zingari, ex detenuti e così via devono convivere nello stesso ambiente, negli stessi spazi, nelle stesse camere. Persone sane e senza precedenti penali sono costrette a vivere con altre insieme alle quali difficilmente avrebbero scelto di vivere. Causa le particolari condizioni di vita, capita spesso, dopo un determinato periodo di tempo, che immigrati equilibrati, non inclini alla devianza, perdano il controllo delle proprie azioni, innescando proteste e rivolte di massa e avviando relazioni con immigrati socialmente pericolosi – relazioni che spesso continuano oltre il periodo di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione. Si tossisce, si starnutisce, spesso si condividono sigarette, piatti, posate, bicchieri, coperte, lenzuoli, materassi, vestiario. Ci si ammala. Virus e batteri si trasmettono facilmente. Sebbene nei centri di identificazione ed espulsione vengano garantite le cure minime essenziali con la presenza di personale medico e paramedico, non sono previsti interventi di informazione sanitaria a favore dei trattenuti. Non è prevista neanche la presenza di specialisti, e gli accertamenti più complessi vengono rimandati alle strutture ospedaliere pubbliche.

Anche le condizioni di chi lavora all’interno dei Cie appaiono molto critiche. Il rischio di esposizione ad agenti biologici è scarsamente considerato, valutato, prevenuto. Molti operatori si ritrovano frequentemente nella situazione di dover rispondere a domande e bisogni delle persone trattenute impossibili da soddisfare, soprattutto per la scarsità delle risorse disponibili. Palese è a volte uno stato di stress psicofisico, che li rende meno attenti e disponibili verso gli immigrati. Sovente si assiste a un esaurimento di energie, a un calo professionale e psicologico, che conduce molti addetti all’assistenza (medici e paramedici compresi) alla sindrome di burn-out, caratterizzata da fatica, ansia, insonnia, mal di testa, senso di colpa, irritabilità, alterazione dell’umore, cinismo, indifferenza, mancanza di dialogo. Per la gestione dei Cie non sono previste risorse per formare gli operatori in materia di legislazione, educazione e comunicazione sanitaria multietnica.

In conclusione, il prolungamento del tempo massimo di detenzione nei Cie e le gare d’appalto al ribasso con base d’asta di 30 euro pro die per persona peggiorano le già precarie condizioni di vita dei migranti, creano enormi difficoltà a operatori e forze dell’ordine e aumentano notevolmente i costi per le spese di ristrutturazione e riparazione dei centri in seguito a rivolte e incendi. Inoltre, il trattenimento nei Cie facilita relazioni potenzialmente pericolose per l’individuo e per la società, favorisce la diffusione di malattie trasmissibili e contribuisce in modo considerevole all’aumento della spesa pubblica per la sicurezza e la sanità.

Bibliografia essenziale

ECHR (European Court of Human Rights). 23 February 2012, Case of Hirsi Jamaa and others v. Italy, Application no. 27765/09

MEDU (Medici per i Diritti Umani). Arcipelago Cie. Indagine sui Centri di identificazione ed espulsione italiani. Infinito, Modena, 2013

Pastore F. (2001), Il fattore umano. Governance globale e migrazioni, in: P. Annunziato – A. Calabrò – L. Caracciolo (a cura di), Lo sguardo dell’altro. Per una governance della globalizzazione, il Mulino, Bologna

Riccardo Sganga
Sociologo
Tecnico di laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche
Ufficiale in congedo del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana
riccardo.sganga@gmail.com

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