Ci curiamo di meno e peggio? I dati Istat sulla mortalità e la speranza di vita

L’Istat ha recentemente pubblicato le stime anticipate dei principali indicatori demografici relativi all’anno 2015,  con dettaglio regionale, che forniscono un quadro aggiornato della situazione demografica del Paese: movimento della popolazione residente (tassi generici di natalità, mortalità e migratorietà) e principali tendenze demografiche congiunturali (fecondità, speranza di vita). Le stime sono prodotte basandosi sull’analisi delle serie parziali di dati, trasmessi a livello micro e macro aggregato dai Comuni all’Istat, relativi al movimento della popolazione residente (nascite, decessi, trasferimenti di residenza).

Al 1° gennaio 2016 la popolazione in Italia è di 60 milioni 656 mila residenti (-139 mila unità). Gli stranieri sono 5 milioni 54 mila e rappresentano l’8,3% della popolazione totale (+39 mila unità). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, conseguendo una perdita di 179 mila residenti.

L’Istat rileva la crescente fragilità del nostro sistema demografico:

  • il 2015 è stato caratterizzato da un significativo aumento dei decessi che ha messo in allarme sia gli operatori del settore sia i media. Nel complesso, i morti stimati sono 653 mila, ben 54 mila in più rispetto al 2014 (+9,1%). Il tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi. L’aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014;
  • il peggioramento delle condizioni di sopravvivenza si traduce, per gli uomini come per le donne, in una riduzione della speranza di vita. Alla nascita quella dei primi si attesta a 80,1 anni, con una riduzione di 0,2 sul 2014; quella delle donne invece è di 84,7 anni, in calo di 0,3. Guardando i dati in serie storica (dal 1974, primo anno dal quale l’Istat dispone di una serie continua) non è la prima volta che la speranza di vita alla nascita registra variazioni congiunturali di segno negativo (nel 1975 e nel 1983; nel 1980, nel 2003 e nel 2005 limitatamente alle donne) ma mai di questa intensità, in particolar modo per le donne;
  • le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. L’età media delle madri al parto sale a 31,6 anni;
  • gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni, il 22% del totale. In diminuzione risultano sia la popolazione in età attiva di 15-64 anni (39 milioni, il 64,3% del totale) sia quella fino a 14 anni di età (8,3 milioni, il 13,7%). L’indice di dipendenza strutturale sale al 55,5%, quello di dipendenza degli anziani al 34,2%.

Utilizzando i dati del “Sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera” (SiSMG) attivo in 32 città ha valutato la mortalità nel 2015

Secondo questo studio l’eccesso osservato è attribuibile a diversi fattori concomitanti: l’elevata mortalità della stagione invernale (riscontrata anche in altri Paesi europei, attribuibile con molta probabilità alle caratteristiche dell’epidemia influenzale) e di quella estiva (associata all’ondata di calore di forte intensità che ha caratterizzato la passata stagione estiva). Da sottolineare che il deficit di mortalità osservato nell’estate 2014 potrebbe avere, inoltre, determinato la presenza di un bacino più ampio di soggetti suscettibili all’inizio del 2015 e, quindi, aver prodotto un maggiore impatto dell’epidemia influenzale nell’inverno 2014-2015. Il Ministro Lorenzin, a sua volta, ha rilevato la necessità di rendere più accogliente la società italiana. Forse, però, dovremmo scendere uno o più gradini nella scala di astrazione scalando progressivamente nel livello di generalità di un concetto, per osservare una pluralità di dimensioni della società italiana e valutate quanto l’impoverimento delle famiglie italiane, il degrado dei servizi sanitari stia incidendo nella evoluzione dei principali indicatori demografici.

Un ulteriore studio di Cesare Cislaghi, Giuseppe Costa e Aldo Rosano ci invita ad una maggiore cautela nella analisi dei dati.

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