Disabilità psichiatrica e lavoro: il ruolo dei centri di socializzazione in Provincia di Trento

La disabilità, intesa in tutte le sue forme, può essere definita come la condizione personale di chi possiede una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente rispetto a ciò che è considerata la normalità, è meno autonomo nello svolgere le azioni quotidiane e si trova spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale (Di Santo, 2013). Concentriamoci però sulla disabilità psichiatrica e la sua interazione con il lavoro.

Quale importanza può assumere il lavoro per le persone con disabilità psichiatrica? La possibilità di lavorare non si limita semplicemente ad avere disponibilità di reddito, ma conferisce status e identità sociale alla persona; significa avere una strutturazione del tempo ben definita, significa vivere e ricevere soddisfazioni e sentirsi appagati. È importante ricordare che se questo è fondamentale per ognuno, lo è ancora di più per le persone che vivono una situazione di disagio. La persona con disabilità psichica può certamente accedere direttamente al mercato del lavoro ordinario incontrando però grandi difficoltà, in quanto esso richiede, oggi più che mai, lavoratori capaci, formati, con competenze e autonomie consolidate. Spesso però la persona disabile non possiede tali requisiti, ma deve acquisirli e per farlo necessita di tempo.

Inoltre, la grave situazione economica che si sta vivendo sta portando ad applicare dei tagli anche nel terzo settore ed in questo modo le cooperative sociali, ad esempio, si trovano, per sopravvivere, a dover acquisire delle caratteristiche che le avvicinino al mercato del lavoro ordinario e si trovano nella situazione di aver bisogno di persone con buone capacità, autonome e in grado di stare in una realtà produttiva. La logica di mercato, caratterizzata da ritmi frenetici e competizione, sta diffondendo pesanti conseguenze sia nelle organizzazioni del privato sociale sia nelle aziende. Infatti, in queste ultime le possibilità di inserimento lavorativo si sono ridotte notevolmente.

In una simile situazione, le persone con una disabilità psichiatrica marcata vengono escluse, perché non sono in grado di sostenere i ritmi che la logica di mercato impone. Esse potrebbero avere buone possibilità di entrare nel mondo del lavoro, se però viene data loro l’opportunità di formarsi e di allenarsi adeguatamente.

Sono tante, infatti, le persone con disabilità psichiatrica alle quali deve essere concesso il tempo di acquisire sicurezze, autonomie e competenze adeguate ad un posto di lavoro e proporzionate alle loro capacità. Tali condizioni permettono alla persona di sentirsi valorizzata, appagata e soddisfatta, consentendole così di entrare in un mercato del lavoro, anche protetto, ma che si mostri sensibile alle sue esigenze, ai suoi bisogni e ai suoi tempi.

Il processo di acquisizione degli aspetti citati sopra, generalmente, è abbastanza lungo in quanto i tempi di apprendimento di queste persone sono dilatati e necessitano di strumenti e metodologie, a volte, individualizzate. Non è possibile realizzare questo processo nel mercato del lavoro ordinario, in quanto i tempi frenetici ed il suo funzionamento generale non favoriscono le modalità adeguate perché tali persone possano sentirsi accolte e sostenute. Esistono pertanto, all’interno del terzo settore, dei luoghi dedicati all’apprendimento di capacità, autonomie e prerequisiti lavorativi e sono rappresentati dai centri di socializzazione al lavoro.

Tali centri sono presenti solamente in alcune regioni italiane ed in modo particolare in Veneto, Puglia, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige. Le denominazioni con cui vengono indicati sono diverse tra di loro ma le finalità sono sostanzialmente le stesse, infatti in Veneto, Puglia, Piemonte e Lombardia sono chiamati Centri di Lavoro Guidato, mentre in Trentino Alto Adige si sente parlare, appunto, di centro di socializzazione al lavoro o di centro di avviamento al lavoro.

Come si può notare non c’è una terminologia unica e non esiste nemmeno una definizione univoca e condivisa. Neppure dalla letteratura emergono testi, saggi o articoli in grado di fornire qualche informazione, anche di carattere generale, sui centri di socializzazione al lavoro e sul loro operato.

In base all’esperienza sul campo, quindi, i centri di socializzazione al lavoro si possono definire come luoghi di apprendimento, in cui il lavoro è lo strumento educativo privilegiato per far sì che le persone, seguendo un progetto educativo individualizzato, acquisiscano i prerequisiti lavorativi e attraverso essi anche una serie di autonomie, competenze e conoscenze trasversali e quindi fondamentali per affrontare, oltre al mondo del lavoro, anche la vita quotidiana.

Tale definizione racchiude in modo sintetico l’operato di ciascun centro. Ognuno di essi si caratterizza per una tipologia di attività, ma ciò che li accomuna è il considerare il lavoro come strumento educativo per lo sviluppo dei prerequisiti lavorativi. Questi ultimi sono a loro volta strumento in quanto attraverso essi, le persone con disabilità psichiatrica hanno la possibilità di sviluppare, potenziare e valorizzare capacità e competenze che sono fondamentali per affrontare anche la vita quotidiana. La puntualità sul luogo di lavoro, il saper lavorare in gruppo, il rispetto per i colleghi, la comprensione dei diversi ruoli, l’autonomia, la gestione del tempo e dei ritardi/assenze, la cura della propria persona e molti altri sono aspetti che possono apparire scontati per persone che non vivono una situazione di svantaggio, ma per chi soffre di un disagio mentale possono rappresentare difficoltà a volte insormontabili e che necessitano di un lungo periodo di lavoro per apprenderle.

Il mercato del lavoro attuale chiede che tali prerequisiti lavorativi facciano già parte del background del lavoratore ma per le persone con disabilità psichiatrica questo non è sempre possibile.

L’esperienza sul campo

Ma quanto sono conosciuti quindi i centri di socializzazione al lavoro? Qual è la loro considerazione da parte dei servizi presenti sul territorio? La socializzazione al lavoro può essere considerata una metodologia operativa ed il lavoro uno strumento educativo di cui possono disporre gli operatori sociali? Esistono studi specifici che lo sostengono?

Questi sono gli interrogativi che mi hanno spinto ad impostare un progetto di ricerca, con l’obiettivo di approfondire anche il rapporto tra la disabilità psichiatrica ed il lavoro. Dalla letteratura non emergono studi o ricerche a sostegno della socializzazione al lavoro, se non intesa da un punto di vista economico e aziendale, per contro però nella quotidianità del lavoro sociale viene utilizzata come metodologia operativa e sembra possibile, quindi, considerarla tale. Anche il tema “disabilità psichiatrica e lavoro” è poco affrontato se non a livello generale, però si tratta di un tema attuale e, purtroppo, in continua espansione che merita pertanto di essere approfondito.

La ricerca ha, tra i suoi obiettivi, proprio quello di dare l’input e di fornire una risposta provvisoria perché possa essere da stimolo per giungere ad ulteriori approfondimenti.

Il progetto di ricerca, proprio per l’assenza di studi o ricerche specifiche al riguardo, si propone di valutare la realtà dei centri di socializzazione nella Provincia Autonoma di Trento, in modo tale da capire e avere un punto di partenza per eventuali ulteriori approfondimenti. Pertanto oltre ai referenti dei centri sono stati considerati, da una parte, gli attori che generalmente partecipano alla rete di aiuto e, dall’altra, alcuni rappresentanti dell’ente pubblico, in qualità di stakeholders e portatori di un punto di vista importante anche se non sono coinvolti in prima persona nel progetto educativo. Sto parlando di referenti del servizio sociale territoriale, del Centro di Salute Mentale, delle associazioni di volontariato, delle cooperative sociali di tipo B e dell’Agenzia del Lavoro, alcuni rappresentanti della Provincia e del Comune di Trento e i referenti di alcuni centri di socializzazione al lavoro.

Il macro argomento che ha fatto da sfondo al progetto è stato “la disabilità psichiatrica in rapporto al lavoro”, mentre ci si è concentrati in particolar modo sul ruolo dei centri di socializzazione al lavoro nella Provincia Autonoma di Trento. Gli obiettivi che hanno guidato la ricerca sono stati molteplici. Prima di tutto, si è voluto dare una cornice al fenomeno della disabilità psichiatrica collegato al lavoro da un punto di vista sia normativo che teorico, successivamente invece si è indagato a fondo sulla socializzazione al lavoro con l’intento di vedere se vi erano i presupposti per poterla riconoscere come metodologia operativa. Infine, sono stati presentati i centri che adottano tale metodologia quotidianamente ed utilizzano il lavoro come strumento educativo, cercando di capire qual è il loro ruolo attuale e quale potrà essere quello futuro nello scenario evolutivo delle politiche sociali.

Si è affrontato, innanzitutto, il ruolo dell’Unione Europea e dei paesi membri per quanto concerne il tema della disabilità. Per circoscrivere tale tema e per non perdere di vista l’argomento di fondo della ricerca, sono state considerate le indicazioni che l’Unione Europea fornisce in materia di disabilità con uno sguardo particolare al lavoro e a ciò che viene proposto a riguardo, facendo un confronto tra ciò che viene indicato a livello europeo e ciò che gli Stati membri attuano. L’intento è stato quello di capire a che punto si è arrivati e cosa i vari paesi stanno facendo o hanno intenzione di fare per affrontare il fenomeno della disabilità, in relazione anche al lavoro. L’Unione Europea, infatti, fornisce agli Stati membri principi ed orientamenti che possano essere loro d’aiuto per far fronte a tale fenomeno in continua espansione, nel tentativo di promuovere misure aventi lo scopo di assicurare l’autonomia, l’inserimento socio-lavorativo e la partecipazione alla vita sociale delle persone con disabilità. Ogni Stato membro ha il compito di seguire tali indicazioni e di implementarle a seconda anche delle loro priorità.

La situazione italiana sembra differenziarsi da quella degli altri paesi europei per la presenza, prima di tutto, di un quadro normativo di riferimento che disciplina a livello generale la disabilità e che definisce in modo abbastanza chiaro l’aspetto lavorativo. Viene, infatti, regolamentato sia il collocamento obbligatorio protetto, sia le strutture e i servizi preposti ad occuparsi delle persone con disabilità psichiatrica soprattutto per quanto concerne la formazione e l’avviamento al lavoro, l’aspetto ludico e di socializzazione e quello socio-sanitario. L’Italia rimane comunque in ritardo nell’implementazione delle indicazioni europee, ma, grazie a strumenti come Italia Lavoro e l’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, sembra esserci il desiderio di investire e attuare, almeno in parte, gli orientamenti europei.

Tale attenzione rivolta al fenomeno della disabilità si scontra con una letteratura carente di studi e ricerche che approfondiscono sia il tema “disabilità e lavoro” sia i centri di socializzazione al lavoro. Uno studio completo a riguardo potrebbe essere di aiuto nella comprensione del fenomeno e nell’indirizzare i legislatori verso interventi mirati.

Per restringere ulteriormente il campo è stato analizzato appunto il contesto della Provincia Autonoma di Trento, dove è evidente l’impegno sul versante della disabilità e soprattutto nel far fronte all’ambito lavorativo dedicato, se così si può dire, a tale tipologia di bisogno. Nella legislazione provinciale sono attive leggi sul lavoro e normative che disciplinano enti e servizi aventi la finalità di fronteggiare gli stati di bisogno e di emarginazione, con l’intento di promuovere il diritto al lavoro delle persone con disabilità, anche psichiatrica. Dalla ricerca è emerso come, nella Provincia di Trento, si sta cercando di modificare la procedura inerente all’iter della legge 68/99 sul collocamento obbligatorio al fine di snellirla e poter ridurre così la lista d’attesa degli inserimenti lavorativi protetti. È un primo passo per tentare di far fronte in maniera efficiente all’esigenza lavorativa delle persone con disabilità psichiatrica, messa a dura prova dalla situazione di crisi che si sta attraversando.

Considerando che nella programmazione strategica europea, le organizzazioni di terzo settore sono uno dei principali soggetti su cui investire per una crescita dello sviluppo economico e per la coesione sociale, è forte l’esigenza, da parte dell’ente pubblico di valorizzare il terzo settore ed invitarlo ad assumersi un ruolo più centrale. Da settembre 2013 nel contesto trentino, l’ente pubblico si è messo a disposizione degli enti cosiddetti ex 351 per avviare insieme un processo volto a creare una linea operativa condivisa che intende comprendere l’intera filiera dell’accoglienza, quindi dalle modalità inerenti alle richieste d’inserimento, alla valutazione del percorso da parte dei vari stakeholders coinvolti. Quest’invito nasce anche dal fatto che, a livello nazionale, si inizia a credere realmente nelle potenzialità del terzo settore, definito nel Libro Bianco del welfare del 2009 come il punto di forza del modello sociale italiano (Fazzi, 2013). In quest’ottica, il terzo settore non viene considerato solamente come erogatore di servizi, ma, sostiene Fazzi, come “[…] attore particolare, capace di produrre relazioni e di tessere i fili smarriti della comunità. Quanto al suo ruolo nel welfare, può essere di primo piano perché è “flessibile” ma soprattutto rappresenta “un patrimonio di esperienze e di partecipazione che non si può disperdere” (Fazzi, 2013).

Sono state inoltre analizzate le principali nozioni teoriche e gli approcci che hanno come oggetto di studio la disabilità psichiatrica in rapporto al lavoro. In questo modo si è voluto approfondire il valore del lavoro e l’importanza che riveste, per una persona con disabilità psichica, il poter costruirsi un’identità lavorativa. Inoltre, si è cercato di capire se i modelli teorici presenti in letteratura possono sostenere la metodologia dei centri di socializzazione al lavoro, strutture che abbiamo detto possono essere definite come una palestra per l’avviamento al lavoro delle persone con disabilità psichiatrica. La conclusione a cui si è giunti relativamente a tali aspetti ha rivelato alcune interessanti considerazioni.

Si può affermare quindi che la metodologia sottostante ai centri di socializzazione al lavoro e che guida il loro operato si caratterizza per avere una base teorica di riferimento che proviene dall’intreccio di diversi modelli. Dal modello bio-psico-sociale deriva la considerazione a 360° della persona e il fatto che viene osservato il suo contesto di vita ed il legame con esso. Tale modello si propone inoltre di focalizzare l’attenzione soprattutto sulle risorse e sulle potenzialità della persona, non solo quindi sui suoi limiti o bisogni. Quanto esplicitato dalla teoria ha avuto riscontro anche nell’analisi delle interviste fatte. Sono stati rimarcati più volte questi aspetti, percependoli come la base dell’operato dei centri di socializzazione al lavoro e come punti di forza fondamentali su cui gli operatori investono e per i quali le persone accolte si sentono valorizzate. Dagli approcci socio-biologico e connessionista sono emersi altri elementi che vanno ad arricchire le fondamenta dei centri. Tali approcci sostengono le relazioni esistenti tra la persona, il proprio ambiente, il sistema sociale in cui è inserita e la propria dimensione bio-psichica. Se la finalità ultima è quella di aiutare le persone accolte ad acquisire la consapevolezza di cosa significhi essere lavoratore e di apprendere i prerequisiti lavorativi, saper entrare in relazione con il mondo esterno e con sé stessi è un aspetto che rientra a pieno titolo. Chi lavora sul campo riconosce ai centri anche la capacità di puntare, quindi, all’acquisizione di quelle autonomie che si possono definire trasversali alla vita quotidiana e non solo all’ambito lavorativo.

Un ulteriore elemento interessante emerso sia dalla teoria che dalla pratica riguarda la valenza del fattore esperienziale, vale a dire la concretezza del fare nella quotidianità. I centri di socializzazione al lavoro utilizzano il lavoro come strumento educativo per favorire proprio quei processi di acquisizione e apprendimento, che permettono poi alla persona di stare nei vari contesti e di costruirsi un proprio ruolo sia nella società che nel lavoro. Anche dalle interviste è emersa l’importanza del lavoro come mezzo e il bisogno che hanno le persone con disabilità psichiatrica di fare, riconoscendo ai centri proprio la capacità di lavorare anche in questa direzione.

Successivamente è stata dedicata una parte avente la finalità di capire meglio cosa sono i centri di socializzazione al lavoro e di cosa si occupano. Per rafforzare quanto già emerso dalle teorie esaminate in precedenza, sono state esplorati anche alcuni approcci della psicologia del lavoro. Tra questi, gli approcci psicodinamici e psicometrici sono quelli che più si avvicinano al contesto dei centri di socializzazione al lavoro e alla loro metodologia. Entrambi sostengono l’importanza di perseguire un equilibrio tra i bisogni della persona e le esigenze del lavoro. Gli operatori che lavorano in tali strutture includono anche quest’obiettivo all’interno del percorso educativo delle persone accolte, in modo tale da affiancarle nell’apprendimento di competenze e capacità necessarie per stare adeguatamente in un luogo di lavoro e mantenere l’equilibrio raggiunto nel tempo.

I testimoni privilegiati intervistati riconoscono la centralità di quest’aspetto, annoverandolo però come un punto di debolezza dei centri. Da un lato, i centri di socializzazione al lavoro fanno del loro meglio per affiancare, anche individualmente, i ragazzi accolti perché riescano ad acquisire le abilità necessarie per far fronte, secondo le loro possibilità, al mondo del lavoro. Dall’altro, la situazione attuale non favorisce di certo questo loro sforzo o perlomeno fa in modo che non sia sufficiente. Si è detto, infatti, come la situazione di crisi economica in cui si trova il nostro Paese comporti conseguenze rilevanti per tutti, ma a maggior ragione per gli inserimenti lavorativi delle persone con disabilità psichiatrica. Si è sottolineato, inoltre, come su questo incida molto anche il fatto che la logica di mercato richieda competenze e autonomie sempre più elevate e come alcune organizzazioni del terzo settore stiano rivedendo la propria strutturazione per sopperire a tale situazione. In questo quadro, sembra non esserci spazio per gli inserimenti lavorativi protetti delle persone con disagio, in quanto non ci sono né il tempo né le risorse per sostenerli adeguatamente.

I referenti dei centri di socializzazione al lavoro stanno riflettendo sulle varie possibilità esistenti o che essi stessi potrebbero mettere in campo per adattare la propria realtà alle nuove esigenze che si stanno affacciando, con un’alta attenzione ai bisogni delle persone che hanno in carico.

A tal proposito, dall’esperienza e dalle competenze dei testimoni privilegiati sono emerse diverse proposte che possono interessare sia i centri, nel ripensarsi strumenti nuovi e in grado di far fronte alla situazione attuale, sia il terzo settore inteso in senso ampio. Tali prospettive richiamano l’idea di un terzo settore che si trova nella situazione di dover rimboccarsi le maniche e farsi avanti nei confronti dell’ente pubblico. Quest’ultimo, infatti, sta acquisendo sempre più un approccio burocratico e chiede al privato sociale di assumere, in questo scenario di cambiamento, un orientamento rivolto all’innovazione.

I centri di socializzazione al lavoro si stanno avviando su questo percorso. Stanno riflettendo quindi su quali siano le modalità migliori attraverso cui investire sulla propria immagine, quali soluzioni innovative creare o che tipo di collaborazioni possono instaurare. Si stanno interrogando anche su quali siano le forme più adeguate di finanziamento e quali siano i settori o le attività da sviluppare o potenziare. I referenti dei centri e dell’ente pubblico sono consapevoli del fatto che si tratterà di un percorso lungo, ma che riserverà grandi possibilità di sviluppo sia per i centri di socializzazione al lavoro, sia per il terzo settore in generale.

Per concludere si possono fare delle ultime considerazioni.

Dalla teoria analizzata e dalle considerazioni dei soggetti intervistati sembra possibile, quindi, riconoscere nella socializzazione al lavoro una metodologia operativa a tutti gli effetti. Gli operatori la utilizzano quotidianamente facendo del lavoro lo strumento principe del loro intervento educativo.

I centri di socializzazione al lavoro sono risultati i luoghi più adatti ad applicare tale metodologia per caratteristiche e strutturazione. Rappresentano la palestra in cui le persone con disabilità psichiatrica possono allenarsi per capire cosa significa essere lavoratori e apprendere i prerequisiti lavorativi necessari. Rappresentano, altresì, una delle tante carte vincenti per il futuro del terzo settore nella Provincia di Trento, ma anche in tutta Italia.

Certo, la ricerca svolta non ha il potere di attribuire scientificità a quanto affermato in questo articolo ma fino ad oggi non vi era nulla di specifico sul tema e non erano stati condotti studi ad hoc orientati ad indagare a fondo il metodo della socializzazione al lavoro e l’intervento dei centri che la utilizzano. Tale ricerca ha voluto essere solo il primo passo perché d’ora in avanti si possa approfondire l’argomento.

Note

1. Ci si riferisce alla Legge Provinciale n. 35 del 1983 “Disciplina degli interventi volti a prevenire e rimuovere gli stati di emarginazione”, attualmente in fase di revisione in quanto verrà inglobata nella Legge Provinciale n. 13 del 2007 “Politiche sociali nella Provincia di Trento”.

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Laura Orempuller ha conseguito la laurea specialistica in metodologia e organizzazione del servizio sociale all’Università di Trento. Attualmente opera come educatrice presso il Centro di socializzazione al lavoro “Villa Rizzi”, Comunità Murialdo, Trento.

laura.orempuller@live.it

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