Giovani e alcol: finalmente una voce giornalistica fuori dal coro

Chi, come noi, si occupa di “alcol e giovani” in veste di ricercatore, è spesso infastidito nei confronti di come questo tema venga trattato dai giornalisti, cioè con toni allarmistici accompagnati da una mitraglia di dati e numeri selezionati accuratamente per sostenere una tesi di fondo, comoda e vecchia almeno quanto Seneca, secondo la quale i giovani di oggi sarebbero sempre e inevitabilmente peggio di quelli di ieri: privi di morale, di interessi, di consapevolezza dei rischi. Più che fastidio si prova vera e propria rabbia – nonché sconforto – quando anche i risultati del nostro stesso lavoro vengono o travisati per corroborare la tesi di cui sopra (esperienza non rara), o ignorati perché troppo poco numerici, troppo complessi e soprattutto troppo poco allarmanti.

È stato quindi di grande conforto conoscere Alessandra Di Pietro e il suo libro, Il gioco della bottiglia. Adolescenti e alcol, quello che non sappiamo, Add editore, una piccola casa editrice di Torino specializzata in saggistica sociale. L’autore finalmente, e a fronte di un lavoro serio e accurato, scardina i soliti cliché giornalistici per spiegare – senza facili riduzionismi – un fenomeno che è per natura complesso e multi-sfaccettato. È proprio per rendere ragione e conto di tutte le diverse “lenti” attraverso cui è possibile leggere il fenomeno che la Di Pietro ha ascoltato e dato spazio a diversi professionisti (psicologi, sociologi, epidemiologi, forze dell’ordine) che si occupano della questione con conoscenze, finalità e ruoli differenti. Lo ha fatto, per altro, con un linguaggio infinitamente più accessibile e gradevole dei linguaggi tecnici – compreso quello sociologo, ovviamente – ma con precisione e accuratezza. Questo è il primo pregio del lavoro di Alessandra, che ha saputo fare ciò che a nostro avviso dovrebbe essere il compito del giornalista, ma che è evidentemente passato di moda nell’ambito della categoria, cioè divulgare le conoscenze scientifiche in uno stile accessibile a tutti, meglio ancora se gradevole, porre interrogativi e provare a cercare risposte.

Cosa ancor più importante, Alessandra ha dato voce ai giovani stessi, inframmezzando i capitoli a carattere informativo con storie di ragazzi e ragazzi, narrate da loro stessi nella maniera franca e diretta tipica di questa età. La lettura di queste storie rende evidente che il rapporto giovanile con le bevande alcoliche assume svariate forme, che diversi sono i fattori che lo influenzano e che chi si ritrova, per qualche motivo e in determinati momenti di vita, a eccedere con le bevute, non necessariamente è un giovane inconsapevole dei rischi che corre, privo di interessi o di senso di responsabilità e destinato al fallimento. Cosa che potrebbe apparire scontata, ma non lo è, dal momento che quotidianamente i media propongono titoli che fanno passare per comportamento predominante e dilagante, addirittura caratterizzante una intera generazione, i consumi problematici di una minoranza. A chi giova questo? si chiede l’autrice nel libro, preferendo lasciare ai lettori la risposta, invitandoli così a esercitare il proprio senso critico.

Il libro della Di Pietro arriva dunque a portare la buona novella in un mare di cattive notizie, chiarendo finalmente che i dati a disposizione non giustificano l’allarme, e chiarendo anche che, laddove il problema esiste, a livello individuale, va ricercato non in qualche supposta manchevolezza del giovane, ma piuttosto nella mancata presenza o autorevolezza dei genitori, che la differenza la fanno eccome:

“Non posso ubriacarmi. Il mio limite è mio padre. Severissimo. Mi lascia andare dove voglio ma se torno che sto anche un po’ male, finisce tutto, e se l’ha detto, lo fa.”

“In questa festa piena di politici, avvocati, professionisti, il padre a un certo punto si è appartato per farse na canna con la figlia. Per festeggiare! Perché era maggiorenne! Ma di che stamo a parlà?”

mentre laddove esiste in maniera diffusa affonda le radici nella deprivazione (innanzitutto culturale) di un intero contesto sociale:

“i ragazzi vogliono fare un sacco di cose, ma poi si guardano intorno e vedono il Palazzetto dello sport e una piscina iniziati negli anni Novanta e mai finiti. Oppure subiscono la chiusura del Centro diurno per minori che è durato neanche cinque mesi, poi la Regione nel giro di un paio di giorni lo ha chiuso: mancavano i soldi ed era finanziato da fondi europei”.

Il libro è fortemente consigliato a tutti coloro – genitori, insegnanti, educatori – che sono in cerca di informazioni, spunti di riflessione e suggerimenti utili per costruire un dialogo aperto e costruttivo sul tema con i loro figli e studenti. Ma è un libro che può fare molto bene anche ai ricercatori, soprattutto a quelli che nel loro lavoro non hanno occasione di incontrare e parlare con i giovani!

Franca Beccaria, Sara Rolando

Eclectica, Istituto di formazione e ricerca, Torino

Tel: 011 4361505

beccaria@eclectica.it

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