La professione di fisioterapista in Italia: una ricerca

La ricerca qui presentata costituisce la prima indagine di ampiezza nazionale sulla figura del fisioterapista in Italia. Essa si compone di tre parti fra loro coordinate. Nella prima viene presentato il quadro storico-normativo e formativo-organizzativo entro cui si definisce questa professione sanitaria, nonché alcuni dati relativi agli iscritti ai corsi di laurea di primo e secondo livello e alle prospettive occupazionali. Questa parte si conclude con un’analisi dell’associazionismo professionale, che costituisce una componente essenziale per l’identificazione e la capacità di azione di una categoria lavorativa.

Si deve premettere che questa ricerca, nel suo complesso, è stata avviata grazie all’iniziativa della maggiore associazione professionale del settore – l’AIFI: Associazione Italiana Fisioterapisti – e condotta – in autonomia scientifica e progettuale – dall’équipe del “Laboratorio Paracelso. Studi sociali sulla salute, la cura e il benessere sociale” dell’Università di Ferrara. L’indagine considera tuttavia non solo quest’associazione, ma fornisce un panorama delle principali aggregazioni che caratterizzano il settore, anche nella forma di entità che si rappresentano nello spazio virtuale di internet.

La seconda parte della ricerca è dedicata ad un’analisi e valutazione della condizione della professione in Italia condotta attraverso interviste semi-strutturate e focus-group rivolti alla dirigenza regionale e nazionale dell’AIFI. Tale parte qualitativa, da un lato discute i dati strutturali relativi all’occupazione e formazione, dall’altro fa emergere riflessivamente dall’interno il difficile cammino che ha come obiettivi l’identità e le prospettive del fisioterapista. Come si vedrà, la figura del fisioterapista ha compiuto molti passi definitori e di legittimazione, ma – al contempo – si trova nel corso di un percorso ancora incompiuto non solo sul piano normativo (mancando ancora l’Ordine e l’Albo), ma altresì in termini di percorsi formativi soddisfacenti, di sviluppi teorici e scientifici consolidati, di pienezza dell’autonomia professionale in sede di divisione del lavoro sanitario. Diversi sono quindi i bivi, le incertezze, le potenzialità che si pongono davanti alla categoria e che vengono analizzati approfonditamente da questa parte dell’indagine. Essa inoltre è preparatoria della terza parte, basata su una survey condotta su un ampio campione nazionale di appartenenti al gruppo professionale dei fisioterapisti.

La terza parte, dunque, presenta e discute i risultati di un’indagine campionaria condotta attraverso questionari strutturati somministrati on line ad un numero consistente e significativo di fisioterapisti in servizio attivo. Essa tocca i principali temi già affrontati nella seconda parte, evidenziando differenze culturali, di orientamento, di posizione lavorativa, di età, di formazione e genere che attraversano questo gruppo professionale. L’indagine raccoglie, accanto a dati fattuali, le opinioni e valutazioni degli appartenenti alla categoria su diversi temi centrali quali: i percorsi formativi attuali e attesi, le prospettive occupazionali (attuali e possibili anche in aree contigue), le condizioni di lavoro, le percezioni relative all’identità, al riconoscimento, alle relazioni con le altre categorie sanitarie e con i pazienti. Un ampio approfondimento è dedicato ai temi della scienza, della corporeità, delle relazioni di cura, evidenziando specificità inedite che questa figura possiede e che – probabilmente – non sono state ancora adeguatamente assunte e valorizzate, specie in sede formativa. La terza parte si conclude con un’analisi della questione dell’associazionismo professionale, dell’appartenenza e motivazione, delle prospettive attese che proiettano questa categoria verso un futuro di medio e lungo periodo.

L’assunto di fondo della ricerca è che il fisioterapista, come altre professioni generate all’interno del processo lavorativo sanitario, operi come un’entità organizzata, un gruppo dotato di una propria strutturazione e visione (più o meno esplicitata e omogenea). Tale raggruppamento professionale, al pari di altri simili caratterizzati da uno specifico insieme di conoscenze e tecniche: «Costituiscono soggetti sociali collettivi, possiedono una loro identità professionale e perseguono una loro strategia professionale» (Tousijn, 2000: 9).

Le qualità dell’appartenenza, dell’identità, della visione non sono tuttavia entità statiche e già definite una volta per tutte, specie se si situano in un ambiente sociale particolarmente mobile, caratterizzato da incertezza e svolte repentine, in cui i vari soggetti collettivi operano attraverso un’autonomia relativa, ma anche costituendo una sorta di ecologia delle relazioni reciproche che si muove per interazioni, imitazioni, contrapposizioni, rappresentazioni connesse multiple, com’è tipicamente l’ambiente sanitario con le sue tante diverse professionalità che si distinguono, ma insieme si devono coordinare. Una professione opera però anche attraverso i suoi mille terminali che sono gli operatori concreti in carne e ossa che ogni giorno lavorano a contatto con i pazienti, ma anche – direttamente o indirettamente – con altri interlocutori, come i familiari, il pubblico potenziale, i media, le direzioni aziendali, i decisori politici e così via.

Forse in nessun’altra professione sanitaria il contatto è qualcosa di così sostanziale e definitorio della specificità professionale: la manipolazione del corpo, la guida alla sua riabilitazione, l’interazione comunicativa prolungata fanno parte della quotidianità, dei vissuti, delle core competences della professione a livelli sempre più sofisticati man mano che le abilità crescono e si raffinano, si specializzano, anche se una parte delle attività passa attraverso l’uso di macchine e tecniche che possono talvolta diventare routinarie ed esecutive. Il “contatto” evoca un fascio di connessioni fra curante e curato che non si risolve solo in prestazioni unilaterali da numerare, catalogare, evidenziare negli esiti (come nell’Evidence Based Practice), ma piuttosto in un comunicare attivo bilaterale che passa attraverso il corpo, la sensibilità del tocco dato e ricevuto, e si estende alla dimensione verbale, suscitando emozioni che s’intersecano producendo coinvolgimento, partecipazione di chi è in cura. In tali relazioni gli aspetti di care e di cure si miscelano e si accumulano durante il percorso riabilitativo, spesso composto da più sedute progressive. L’interpretazione, l’attivazione, l’analisi clinica e scientifica di tale complesso fascio correlazionale presentano evidentemente una notevole complessità tanto pratica quanto teorica ed empirica che operatori sempre più aperti allo sviluppo tecnico-operativo e alla riflessività scientifica si trovano a fronteggiare, uscendo necessariamente dalle coordinate dell’approccio naturalistico tipico della bio-medicina. Di qui il bisogno di una visione non riduzionistica del corpo e di un utilizzo non ideologico, ma critico degli apporti delle pratiche non convenzionali che si ritrova in molti ambienti fisioterapici.

Questa “diversità” connaturata e sostanziale del “fare” fisioterapico rispetto al paradigma causalistico-lineare tipico delle bio-scienze acutizza conflitti e distanziamenti rispetto alle categorie mediche (sia specialistiche che di base), ai referenti organizzativi (direzioni aziendali), alle altre professioni sanitarie (simili-complementari) sviluppando piuttosto stretti rapporti con i soggetti in cura e il proprio gruppo di appartenenza. Conflitto che ha le sue origini in un rapporto culturale e organizzativo di “dominanza medica” rispetto alle altre professioni sanitarie (Freidson, 2002) storicamente formatosi e via via messo in discussione e allentato (Tousjin, 2004b), ma mai definitivamente superato. Il tema dell’”autonomia” (decisionale-organizzativa, ma anche culturale ed epistemologica) – continuamente evocato, rivendicato, perseguito – si lega con quello di un’identità compiuta, paritaria, non subalterna che questa professione sanitaria (insieme ad altre simili) costantemente mette in campo e persegue.

Lo sviluppo professionale: un percorso nella sociologia delle professioni

Il tema delle professioni è stato oggetto delle riflessioni di una specifica branca della sociologia del lavoro dedicata appunto all’analisi dello sviluppo del professionismo nelle società moderne e in quelle post-industriali. Intendo in questa sede proporre un breve excursus su alcune delle questioni relative alla strutturazione dell’immagine, identità, formazione e competenze degli operatori professionali, con particolare attenzione a quelli operanti nel settore sanitario. Ciò al fine di situare la presente ricerca nel più ampio contesto di questi ambiti di studi, traendone alcuni insegnamenti ed evidenziandone lo specifico impianto scientifico e metodologico.

In primo luogo, si può notare che il termine “professione” nasce per differenziare un sottogruppo di attività lavorative – aventi una formazione universitaria e capaci di padroneggiare una serie di tecniche o competenze caratterizzanti – dal novero dei mestieri e delle occupazioni. Sembra che il termine sia comparso già nel Seicento per riferirsi ai laureati delle facoltà maggiori dell’epoca: teologi, giuristi, medici. In questo senso il termine “professare” è esteso anche all’atto di fede richiesto, di fatto, a tutti gli iscritti all’istituzione universitaria di quel periodo.

Successivamente, nel corso dell’Ottocento, la Stato interviene per regolare l’esercizio e la formazione di alcune professioni (avvocati, giudici, notai, medici, ingegneri, ecc.). Ciò permette di creare una sorta di monopolismo entro diversi ambiti da parte dei possessori di titoli legali a discapito di quelli non-abilitati. Ciò ha contribuito alla creazione di uno status privilegiato da parte di alcune professioni in termini di attribuzioni e retribuzioni.

Nella seconda parte del Novecento il ricorso alla strutturazione per professioni, seguendo il modello di quelle “classiche” e della prima ora, si è esteso, anche se in modo apparentemente casuale e differenziato nei vari paesi, tale per cui è difficile individuare i criteri che stanno alla base di tale allargamento e gli effetti di questi interventi regolatori statuali.

La giustificazione principale di queste abilitazioni e definizioni di Ordini è stata solitamente quella della difesa degli utenti, in ambiti particolarmente delicati, da possibili contraffazioni e incapacità. Tuttavia ciò si è tradotto, mediamente, in prezzi delle prestazioni più alti di quelli possibili in regimi regolati e/o concorrenziali, e nella scarsa garanzia sulle competenze effettive, data la ritrosia degli Albi ad operare a questo livello. Ciò ha comportato anche, come conseguenza, lo scoraggiamento e la limitazione delle possibili “devianze”, in termini di orientamenti pratici e teorico-epistemologici non convenzionali, generando una sorta di ortodossia e marcando una netta distanza dai saperi “profani”.

Nell’ambito della sociologia, già nel corso degli anni ’30, si sono avuti degli studi empirici sulle professioni ad opera di quella che è stata definita “la scuola funzionalista”, il cui maggiore esponente – Talcott Parsons – è stato anche fra i primi interpreti degli studi di sociologia della medicina (Parsons 1964, 1968). Tale orientamento “concepisce le professioni come occupazioni orientate al servizio, che applicano un corpo sistematico di conoscenze a problemi che sono altamente rilevanti per i valori centrali della società, come la salute e la giustizia. L’elevato grado di competenza scientifica necessario per esercitare le professioni solleva un problema speciale per il funzionamento equilibrato della società: il cliente non è in grado di giudicare la qualità della prestazione del professionista, e spesso non è nemmeno in grado di fissare obiettivi precisi e concreti al lavoro che egli richiede” (Tousijn, 2004a). In altri termini, vi è una presunzione d’incapacità dell’utente, da tutelare attraverso meccanismi pubblici e codici etici interni.

Secondo l’interpretazione funzionalista, tuttavia, vi è anche un’altra ragione importante per cui si riconosce il ruolo dei professionisti. Lo Stato infatti chiede ai professionisti, e in particolare ai medici, di ovviare a situazioni disfunzionali per il sistema sociale (fra cui la malattia che incide sulla copertura dei ruoli sociali), ma di esercitare anche un ruolo di controllo sugli stessi utenti per evitare vantaggi indebiti (ad esempio, fingersi malati per non andare al lavoro).

Lo sviluppo della conoscenza scientifica e delle tecnologie è poi visto come la premessa capace di dar vita a nuove professioni generando un fenomeno caratteristico della società matura in cui il sapere esperto gioca un ruolo centrale (Abbott, 1988).

Un esito della teoria funzionalista è stato quello di cercare di generalizzare gli attributi necessari a causare la distinzione delle attività di tipo professionale dalle altre occupazioni che non possiedono tali caratteristiche. Tuttavia questo tentativo è stato criticato, evidenziando che non vi era concordanza di attributi fra i vari autori, fra le diverse categorie che hanno ottenuto tale riconoscimento, ma anche fra i diversi ordinamenti statuali. Ciò indica che non si può definire a priori quali sono le caratterizzazioni necessarie e sufficienti affinché si possa assumere lo status di professione da parte di un gruppo omogeneo di operatori e tecnici.

Alcuni autori (fra cui Etzioni, 1969) hanno voluto collocare in un continuum fra professione e non professione diverse occupazioni generate dalla divisione del lavoro industriale e dei servizi, arrivando a parlare di semi-professioni per quelle che si trovano su un gradino intermedio. Ciò ha permesso di definire delle fasi di passaggio del processo di professionalizzazione. In particolare, secondo il pensiero di Wilensky (1964, riassunto da Tousijn 2004a): «Il processo di professionalizzazione è formato da una successione di cinque fasi: comparsa di una certa attività lavorativa come occupazione a tempo pieno, istituzione di scuole di formazione specialistica, nascita di associazioni professionali (in genere prima su basi locali, poi a livello nazionale), ottenimento dell’appoggio dello Stato a protezione dell’attività professionale (per lo più una qualche forma di monopolio dell’attività o di protezione del titolo occupazionale), elaborazione di un codice etico formale».

è stato tuttavia osservato che, per quanto questi elementi siano presenti in molte situazioni formalizzate, è difficile dire se tale sequenza sia non solo verificata empiricamente, ma abbia un andamento lineare e necessario. Inoltre, se le cinque fasi individuate siano legate solo ad alcuni eventi di passaggio o riflettano processi sociali più ampi entro cui si situa il percorso verso la piena legittimazione dell’ordinamento professionale. Ciò che si può dedurre, è che la questione dell’identità e dello sviluppo professionale di una categoria si muove su diversi piani: economico e organizzativo, scientifico e tecnico, culturale e comunicativo, giuridico e politico, formativo e socializzativo, associativo ed etico. La legittimazione legale può essere il risultato di questo complesso iter, ma essa può anche essere uno step in un percorso in cui ogni dimensione procede irregolarmente e a salti. La cartografia di tali aspetti è dunque sempre in fieri e in mutamento, con vantaggi posizionali di ogni sottoarea da valutare di tempo in tempo.

Ci sono inoltre altri aspetti da considerare. In particolare, la prospettiva interazionista ha evidenziato la rilevanza del processo azione e retroazione con le altre professioni che operano sullo stesso campo – in termini di alleanze e conflitti – nel determinare i passaggi più significativi o gli esiti. Al contempo, la visione cognitivista ha messo in evidenza il ruolo delle auto-narrazioni ideologiche interne ad una categoria nel mantenimento del consenso fra gli aderenti, ma ha anche sottolineato il rischio di non saper cogliere l’evoluzione dell’ambiente esterno e delle opportunità di sviluppo che esso presenta, in mancanza di categorie cognitive opportune.

Nel corso degli anni ’70 e ’80 gli studi sulle professioni hanno evidenziato le modalità attraverso cui quelle più forti e strutturate avevano raggiunto un certo potere e prestigio agendo attraverso il controllo degli strumenti tecnici, l’elaborazione di codici deontologici autocentrati, la dominanza esercitata sulle organizzazioni del lavoro e su altri operatori, l’influenza politica sulla legislazione e lo Stato (Larson, 1977). Ciò aveva portato alla creazione di un mercato fortemente regolato e a vantaggi in termini di mobilità ascendente collettiva. In questo senso, il professionismo è stato spesso criticato per i suoi effetti distorsivi in termini di diseguaglianze generate e blocco dell’innovazione (Speranza, 1999).

In tale quadro, diversi sono stati i tentativi, per via politica o amministrativa, di riequilibrio delle organizzazioni (in particolare sanitarie e di welfare) rispetto a tali dominanze unilaterali. Tali strategie hanno tuttavia portato a risultati parziali e instabili. È però in questo ambito che è potuta crescere l’aspirazione di altri gruppi professionali a trovare un autonomo riconoscimento percorrendo la strada di una nuova forma di professionalizzazione emancipativa (o neoprofessionale: Tousijn, 2004a). È il caso di gruppi interni alla categoria medica (come i dentisti e i medici di base), ma soprattutto quello delle professioni sanitarie non mediche (infermieri, tecnici, fisioterapisti, ostetriche, logoterapisti, psicologi, ecc.) interessate all’acquisizione di una maggiore autonomia e allo sviluppo di una caratterizzazione sempre più specifica che superi la distinzione fra intellettuale e pratico. Le professioni classiche si sono infatti caratterizzate come “attività intellettuali” in contrapposizione ai saperi marcatamente esperienziali, empirici e pratici, così da basare il proprio status privilegiato sulla base della costante riproposizione del dualismo fra sapere e “non-sapere”, fra pensare (diagnosi-terapia-prognosi) e “fare” (manualità, esecuzione), fra mente e corpo.

Il superamento di tale dualismo, la valorizzazione della pratica intelligente, la visione che include la relazione col paziente nel campo del professionismo, la conoscenza della “saggezza del corpo” contrapposta ad un interventismo esterno e finalistico, l’attenzione alla persona piuttosto che alla sola patologia e disabilità, la prospettiva della promozione del benessere e della qualità della vita e altre ancora sono state, di volta in volta, le diverse prospettive che le “altre” professioni hanno cercato di introdurre nel campo sanitario al fine di definire un proprio orientamento teorico-tecnico-epistemico capace di affiancare quello medico-riduzionista ponendosi, prevalentemente, in una posizione complementare ma insieme autonomamente fondata.

Un’altra strada è stata quella di puntare su organizzazioni del lavoro di tipo non-gerarchico, ma piuttosto funzionale e di équipe. O anche quella di inserirsi in nuovi servizi (ad esempio l’assistenza domiciliare) in cui si sviluppano modalità e figure parzialmente innovative (come l’infermiere domiciliare che diventa case manager).

In generale, le nuove professioni – per affermarsi – devono trovare propri punti di forza nell’ambito dell’ordinamento pubblico e del mercato, puntando sullo sviluppo dell’organizzazione e divisione del lavoro. La loro base tecnica e conoscitiva è importante, ma esse devono tenere d’occhio gli sviluppi dei saperi e delle tecnologie che possono cambiare rapidamente i quadri di riferimento. L’interazione con le professioni confinanti può muoversi, entro certi limiti, sul piano della concorrenzialità, ma sono necessarie anche intese e accordi, alleanze e cooperazioni per poter mantenere una posizione condivisa, in considerazione del ruolo altrui nel definire l’identità e la strategia di una professione. La complessità dei piani e degli intrecci evidenziano il carattere di costruzione sociale e di processualità che il professionismo, soprattutto quello delle nuove professioni, assume nel contesto contemporaneo. La costruzione sociale evidenzia l’importanza della rappresentanza al fine di mantenere una coerenza interna e adattarsi ai cambiamenti. In questo senso, il ruolo dell’associazionismo resta importante a definire una “comunità di interessi” e le sue strategie, ma senza sboccare nel volontarismo, ossia nel sopravvalutare il controllo della situazione che l’associazione può esercitare; piuttosto sembra altrettanto importante la presenza di ambienti culturali e professionali abbastanza ricchi ed eterogenei – in termini di entità operanti – in grado di muoversi su più fronti e opzioni in modo da cogliere le diverse opportunità che si sviluppano nei mobili scenari lavorativi e organizzativi contemporanei. In termini di processualità ciò comporta il perseguire linee di sviluppo di medio-lungo periodo, ma anche la capacità di adattamento attivo ad un’evoluzione sempre operante nell’ambiente sociale di riferimento.

Relazioni e sistemi di cura

L’altro ambito significativo per l’analisi delle professioni sanitarie è quello della sociologia della salute, nel cui campo è particolarmente rilevante – ai fini della presente indagine – la questione della cura. Tale tema è stato “riscoperto” nel corso degli anni ’80 e ’90 all’interno di una riflessione “di genere” che ha evidenziato il ruolo del “prendersi cura” svolto dalle donne in ambito familiare, ma altresì trasportato anche in molte occupazioni e professioni del campo sanitario (v. ad es.: Gilligan, 1982; Bubeck, 1995). Tale riflessione ha sviluppato la questione di una nuova etica pubblica della cura (Tronto, 1993; Nussbaum, 2006), indicando una sorta di mission generale del comparto sanitario e sociale a cui anche le professioni socio-sanitarie dovrebbero ispirarsi.

Inoltre, gli approcci d’ispirazione fenomenologica e psicodinamica hanno posto l’accento sugli aspetti affettivi ed emotivi del care degli operatori sociali e sanitari (Braidi, 1997; 2001) e quindi il problema delle relazioni entro cui la cura si pone.

Nel caso di un insieme di attori e professioni che ruotano intorno al paziente, si deve parlare di un sistema di cura, che ha bisogno di specifiche modalità organizzative e competenze cooperative per poter validamente funzionare (Ingrosso, 2008b).

Il paradigma della cura risulta particolarmente significativo in tutte le situazioni in cui è necessario combinare cura tecnica (cure), con cura assistenziale (care) e cura affettiva (caring), mantenendo una rilevante capacità di partecipazione e self-care del soggetto curato. Questa è senz’altro la situazione in cui si svolgono la maggior parte dei percorsi di riabilitazione, ove diverse competenze professionali si interfacciano e il soggetto in cura ha spesso un ruolo rilevante per gli esiti del processo stesso e dove, inoltre, l’appoggio delle reti familiari e vicinali è, in molti casi, fondamentale.

Per queste ragioni mi pare importante ragionare sempre più in termini di un modello multidimensionale e di una prospettiva cooperativa che permetta alla cura (compresa quella riabilitativa) di porsi con adeguatezza sia sul piano tecnico-operativo sia sul piano relazionale-cooperativo sviluppando quelle qualità che la rendono utile e motivante sia per chi la fa sia per chi la riceve. In questo senso, in altra sede, ho evidenziato almeno sei facce o dimensioni rilevanti della cura contemporanea che devono essere tenute in considerazione (Ingrosso, 2011b; 2012). Esse riguardano: a) le idee sorgenti o generative; b) gli obiettivi (focalizzati) e i contenuti (differenziati); c) la costellazione di forme e campi della cura; d) le modalità e le qualità intrinseche che la caratterizzano (e che devono fare da ponte fra ambienti informali e servizi professionali); e) la questione delle relazioni di cura, con i loro aspetti affettivi e comunicativi, ma anche i loro paradossi e tensioni; f) la dimensione del fare sistema fra diversi, ossia dell’organizzazione e cooperazione.

Il tema della cura indica la necessità un deciso viraggio rispetto ad un’idea di professione puramente centrata sulle tecniche, sui giochi di potere interprofessionali, su forma di scientificità asettiche e acontestuali, per proporsi piuttosto come un’attività profondamente umana, relazionale, situata, in cui è il benessere della persona in cura ma anche quello del sistema curante entro cui lo stesso curato può essere incluso (Ingrosso 2008b) che produce il buon uso delle tecniche nonché il loro sviluppo adeguato e pertinente.

In questa ricerca diversi sono stati i quesiti posti ai dirigenti (seconda parte) e agli intervistati (terza parte) che hanno toccato vari punti di questo schema, con particolare attenzione agli aspetti teorico-epistemici della corporeità, a quelli relazionali-comunicativi dei rapporti coi soggetti in cura e a quelli organizzativo-cooperativi delle relazioni con le altre professioni. I risultati sembrano evidenziare la forte valenza combinatoria di cure-caring che la professione di fisioterapista comporta, che necessita dello sviluppo di competenze che solo in minima parte sono contemplate e apprese nei percorsi istituzionali e ricorrenti di formazione. Di qui la richiesta di una base formativa più ampia, ma anche di una legittimazione della combinazione ternaria “scienza-corporeità-relazione” che è emersa come motivante e desiderabile per la maggioranza del corpus professionale.

Allo stesso modo la questione dell’autonomia decisionale, spesso posta in termini rivendicativi, deve coniugarsi con gli aspetti cooperativi rispetto alle altre professioni. Il lavoro di équipe, organizzato in termini funzionali invece che gerarchici, va talvolta in questa direzione, ma la divisione competitiva fra le professioni o le persistenti primazie mediche molto spesso rendono faticoso e non operante questo modello, a cui si aggiunge sovente anche una cesura rispetto al coinvolgimento delle reti informali e del paziente. Se dunque il settore riabilitativo è potenzialmente un luogo di naturale sviluppo di un sistema cooperativo di cure multiprofessionali e multidimensionali – e in questa direzione vanno specifiche esperienze locali di buone pratiche – esso tuttavia, nella maggior parte dei casi, si rivela un ambiente in cui l’ecologia della cura è poco fluida, i rapporti interprofessionali sono carichi di tensione e in cui i fisioterapisti cercano di ricavare spazi protetti in cui sviluppare un buon rapporto col paziente prescindendo, nella misura in cui è possibile, dal quadro generale del proprio servizio o centro.

Sviluppi e potenzialità della professione di fisioterapista

Concludendo questa introduzione, si può affermare che la professione di fisioterapista si sta affermando come una figura fra più interessanti e evolutive nell’attuale panorama sanitario e dei servizi alla persona. Sul piano occupazionale essa ha una consistenza intermedia fra quelle dell’infermiere (molto più diffusa) e quella di altri operatori (come logoterapisti e ostetriche) che hanno campi delimitati d’intervento. Le sue capacità hanno una base accertata di validità (core competences) e possono trovare applicazione in diverse situazioni di disabilità corporea congenita e acquisita, ma anche per favorire il mantenimento di una buona struttura e forma fisica, per cui esse si esplicano nel campo specifico della riabilitazione (a sua volta piuttosto differenziato), ma anche oltre, ad esempio nel supporto dell’attività sportiva e, in parte, nel campo composito del benessere. Come riabilitatore il fisioterapista opera sia all’interno di organizzazioni specializzate che del territorio, sia come componente di organizzazioni complesse multiprofessionali che come libero professionista autonomo.

Forte è l’attrattività di questa professione, che si mantiene nonostante la forte crisi economica e la diminuzione di sbocchi occupazionali in corso. Ciò sta portando a significativi mutamenti interni, con una attenzione crescente di giovani maschi (riequilibrando la tradizionale composizione maggioritaria femminile), ma anche con il ricorso a forme contrattuali libero professionali e a termine che (in parte) sostituiscono quelle di dipendente nel settore pubblico e in quello privato.

La sua formazione di base lo porta al possesso di un titolo universitario di laurea triennale, ma diversi sono i corsi post-laurea che integrano le sue abilità tecniche in direzione sempre più avanzata e specialistica. Forte è la richiesta, registrata dalla nostra ricerca, di un ulteriore ampliamento della base formativa e dei percorsi specialistici universitari. Già nell’attuale ordinamento il fisioterapista può sviluppare le sue competenze attraverso un’apposita laurea magistrale che lo abilita alla direzione del comparto riabilitativo, ma tale sbocco non è sufficiente e trova ostacoli occupazionali sia nel settore pubblico che in quello privato, come risulta dai dati da noi esaminati.

Si deve inoltre rilevare che è in corso un approfondimento teorico e di ricerca del “fare” fisioterapeutico, sviluppato da vari centri e associazioni scientifiche anche a livello internazionale, che potrebbe portare ad una maggiore consapevolezza e legittimazione sia interna alla categoria sia da parte delle altre e che dovrà essere assunto in sede formativa.

Sul piano normativo la professione è ormai riconosciuta, anche se mancano gli esiti finali dell’Ordine e dell’Albo. Ciò si deve più a problemi di ridefinizione legislativa in corso nel nostro paese, che non sboccano da tempo in risultati condivisi, piuttosto che da problematiche interne a questa come ad altre professioni. Indubbiamente pesano ancora alcune questioni irrisolte nell’ambito della divisione del lavoro sanitario (in particolare rispetto ai rapporti con la figura del medico fisiatra che è previsto nell’ordinamento italiano ma non in altri), ma è anche vero che esiste una significativa spinta verso una valorizzazioni delle professioni sanitarie non mediche e una limitazione di quelle medico-specialistiche (se non altro per motivi di costo).

Questi e altri elementi portano ad affermare che la vecchia definizione di semi-professione (Etzioni, 1969) nel caso dei fisioterapisti risulta obsoleta e inadeguata. Si tratta piuttosto di una professione ormai a pieno titolo, anche se in divenire sia sul piano organizzativo sia sul piano dell’elaborazione delle competenze. Si deve pensare dunque ad un neo-professionismo che solo in parte rispecchia i canoni tradizionali ma che piuttosto si muove in un nuovo scenario mobile attraversando diverse fasi identitarie e di collocazione organizzativa.

I risultati della nostra indagine testimoniano di un significativo “tesoretto” di energia e potenzialità della categoria, basato su una buona soddisfazione e motivazione del lavoro che sorreggono delle positive aspettative verso il futuro, anche se commiste a timori per le forti incertezze del quadro attuale. Per questo la categoria chiede di investire ancora in formazione, una formazione avanzata che però sia di qualità e dia competenze, e chiede maggiore spazio “autonomo” nella divisione e organizzazione del lavoro sanitario, disponibile però a cooperare con altre professioni per creare situazioni di eccellenza.

La sfida più interessante e difficile che la categoria si trova davanti è quella di una riorganizzazione di alcuni comparti della sanità, in particolare il settore trasversale della riabilitazione, ma non solo, in cui essa può esercitare un ruolo preminente. Una posizione rivendicativa della categoria rispetto a ciò che ancora manca per il suo pieno riconoscimento dovrebbe essere combinata con un’azione progettuale e propulsiva capace di sviluppare efficacemente il mix fra capacità tecniche, di care e di caring, con un significativo coinvolgimento delle persone in trattamento. In tal modo essa potrebbe sviluppare i propri talenti e valorizzare la caratterizzazione trasversale dei suoi saperi. Al contempo potrebbe andare incontro alle esigenze di un soggetto in cura che sta diventando sempre più competente e che richiede maggiore coinvolgimento nei percorsi riabilitativi esercitando un ruolo riformatore di cui gli ambienti di cura hanno particolare bisogno. È questo l’auspicio, credo, con cui i promotori e i curatori di questa ricerca l’affidano alla lettura riflessiva della categoria e di tutti coloro che hanno a cuore le sorti del comparto sanitario e dei servizi alla persona.

Il testo del presente contributo introduce una ricerca nazionale sulla figura del fisioterapista in Italia pubblicata dall’autore nel volume: Il fisioterapista in Italia. Un professionista della cura riabilitativa. Aracne, Roma, 2013.

Marco Ingrosso è professore ordinario di Sociologia Generale presso l’Università di Ferrara, dove insegna anche Sociologia della Salute. È Direttore del “Laboratorio Paracelso – Studi Sociali sulla Salute, la Cura e il Benessere sociale” dell’Università di Ferrara, che svolge attività di ricerca e formazione su temi di sociologia, promozione, educazione e comunicazione della salute, del benessere, della cura.

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