La sociologia clinica nel sistema dei servizi. Una proposta operativa

La sociologia clinica come problema

La sociologia clinica è un approccio ai problemi sociali che tende a privilegiare le situazioni costituenti fonte di disagio o sofferenza per soggetti sociali determinati, dedicando loro non solo uno sforzo di analisi e comprensione, ma anche quello di facilitarne il superamento. Perciò essa unisce a una dimensione scientifica (indispensabile perché si possa parlare di sociologia, ma anche per garantire affidabilità professionale) a una funzione di intervento sociale.

Una caratteristica tipica della sociologia tutta (clinica e non) è notoriamente quella di dedicare un’attenzione prioritaria a situazioni storiche vissute come problematiche. Quella clinica si caratterizza perché tende ad appuntare la sua attenzione sopra situazioni localizzabili (in una realtà locale, in un’azienda, in un contesto sociale specifico, in una famiglia, al limite persino in un individuo), sulle quali si possa progettare un intervento specifico al fine di promuovere la rimozione del disagio. E per quanto riguarda il merito di tali situazioni, essa tende a partire dalla dimensione esistenziale del disagio, pur sapendo peraltro che spesso all’origine di quest’ultimo se ne possono trovare anche di altro genere (economica, biologica, geografica, politica, religiosa, etc.): ché anzi, proprio l’individuazione di queste ultime e lo studio delle possibilità di neutralizzarle costituisce uno degli aspetti centrali del lavoro clinico.

“Lavoro clinico”: espressione nata tra i medici ed ereditata dagli psicoterapeuti. Cosa c’entrano i sociologi col chinarsi al capezzale del paziente? Evidentemente nulla, ma d’altra parte l’idea di chinarsi, e quindi guardare dall’alto, come un oggetto, il “paziente” oggetto di studio e di intervento è ormai, oggi, aliena anche dalla prassi delle professioni dichiaratamente terapeutiche. Figuriamoci dalla sociologia.

Il discorso invece riguarda la dimensione individualizzante del concetto di clinica: abbiamo parlato infatti di situazioni localizzabili, al limite addirittura individuali, quanto meno riguardanti realtà sociali specifiche. E naturalmente di situazioni problematiche, che danno luogo a sofferenza; e ovviamente l’obiettivo è quello di modificare questa situazione: non necessariamente eliminando la sofferenza, ma quantomeno rendendola uno strumento per migliorare, per andare oltre la situazione attuale.

L’opinione più diffusa è che l’intervento sui casi individuali, o di piccoli gruppi, sia di pertinenza della psicologia (individuale o sociale). Viceversa la sociologia clinica ha, tra gli altri meriti, quello di aiutarci a smantellare questo inveterato pregiudizio, per cui gli psicologi si occuperebbero dell’individuale mentre i sociologi del collettivo. E vediamo come.

Il compito di dire di cosa si occupano, o si dovrebbero occupare, gli psicologi spetta ovviamente a questi ultimi. I quali peraltro tendono a farlo con un taglio nosografico e normativo. Ma nessuno ha titolo per interferirvi dall’esterno: sarà la società con le sue istituzioni a riconoscerne o meno le funzioni. A noi qui spetta, invece, il compito di definire meglio di cosa si occupano (o si dovrebbero/potrebbero occupare) i sociologi.

Notoriamente questi ultimi tendono a dividersi in due grandi orientamenti (più qualche tentativo di sintesi fra i due): verso l’individuo e verso il sistema. Ma sia che noi “leggiamo” il signor Tizio come un individuo in interazione col suo “mondo della vita”, sia che lo “leggiamo” come un sistema, aperto ovvero chiuso, ma comunque in interazione col suo ambiente, in ogni caso egli vive (agisce, pensa, mangia, dorme, lavora, ama…) grazie a materiali che gli propone la società (ambiente) circostante. E questi materiali (immagini, rappresentazioni, informazioni, regole d’uso, principi che regolano i suoi rapporti con gli oggetti e con gli interlocutori, mete socialmente approvate o disapprovate) egli li rielabora e li ripropone ai suoi interlocutori, in una costante interazione. I contenuti di questi materiali e i processi di trasformazione cui vengono sottoposti, e quindi la vita di singoli e di collettività, piccole o grandi, sono chiaramente di pertinenza (anche) della sociologia: che ci lavora elaborando sopra di essi i suoi “idealtipi” e teorie.

Ma c’è anche un’altra via per capire la pertinenza della sociologia con la clinica. In tutte le scienze, a cominciare dalla fisica ma soprattutto in quelle del comportamento (basti pensare a Bateson, Watzlawick o Morin), è ormai acquisito che la ricerca comporta un’interazione fra soggetto conoscente e oggetto di studio. Queste letture post-positivistiche del sapere (che ovviamente valgono non solo per quello degli scienziati, ma anche per quello dell’uomo della strada) autorizzerebbero in verità letture filosofiche radicalmente costruttivistiche, per cui anche il “soggetto” e l’ “oggetto” sarebbero costruzioni derivanti dall’esperienza, e non presupposti di questa (Corsale, 2010). Ma anche senza volerci avventurare su un terreno così ambizioso e scivoloso, resta assodato che il rapporto fra soggetto e oggetto è problematico, e quindi lo è anche quello fra il “clinico” e il suo interlocutore, ciascuno dei quali è portatore di un suo “dizionario” per assegnare significato agli eventi di cui si discute, dizionario costruito nel corso del suo vissuto. Quello di cui dispone il “clinico” verosimilmente è più sofisticato di quello dell’uomo della strada: i suoi studi gli permettono di articolare livelli di linguaggio che quest’ultimo trascura. Ma in ogni caso è anch’egli decisivamente condizionato dai modelli culturali condivisi nel contesto di cui egli fa parte. La specifica cultura professionale del sociologo però (che in questo differisce praticamente da tutte le altre) lo predispone meglio di altre ad osservare criticamente dall’esterno anche il proprio arsenale di modelli, nel momento del confronto con quelli del suo interlocutore. Sicché il risultato di questo confronto non sarà una terapia predefinita da applicare al caso, ma un percorso co-costruito dai due (Barus-Michel, 2003), in qualche misura negoziato e concordato, in cui anche l’interlocutore si sente parte attiva. E ciò verosimilmente lo predispone meglio a “prendere in mano” la gestione del proprio disagio in vista di un suo superamento.

In altri termini, l’ipotesi di fondo è che il contributo più importante al superamento del disagio, che le scienze del comportamento (di cui fanno parte sia la sociologia che la psicologia) possano dare, è l’aiuto a mettere a fuoco  i meccanismi, eventualmente perversi, di interazione fra i modelli culturali di cui sono portatori gli attori sociali coinvolti nella situazione problematica. E questo vale, al limite, anche quando tale situazione è vissuta da una sola persona, nella misura in cui questa si trovi a essere portatrice di modelli culturali in conflitto tra loro. Giacché i modelli culturali costituiscono un tipico oggetto di studio e di analisi da parte della sociologia.

In conclusione, la specificità del contributo sociologico alla gestione del disagio, che lo rende altamente consigliabile in un’epoca di grandi trasformazioni come la nostra, consiste nella duplicità del terreno su cui esso si colloca: da un lato, l’aiuto al superamento del disagio specifico sottoposto all’attenzione del sociologo clinico; dall’altro, la messa in discussione delle “ragioni” di fondo del nostro sistema complessivo, e quindi delle fonti stesse del disagio. Il sociologo clinico però, che si colloca in una prospettiva micro-sociologica, e in particolare dall’angolo di visuale degli attori coinvolti nel disagio, ha gli strumenti per meglio difendersi dal rischio dell’ideologismo generico e inconcludente che ha caratterizzato tanta parte delle scienze sociali negli scorsi decenni.

Sociologia clinica e sistema del Welfare

La dimensione esistenziale dei problemi del disagio, di cui primariamente si interessa la sociologia clinica, è peraltro quella su cui è orientato istituzionalmente a intervenire il sistema del Welfare. Come dice la parola (“benessere”), esso mette a fuoco proprio il risvolto esistenziale di tutte le problematiche sociali. Sicché la sociologia clinica finisce per avere un rapporto privilegiato col sistema del Welfare.

È ben noto come nella fase storica attuale tale sistema si trovi nell’occhio del ciclone: del resto già dagli anni Settanta del secolo scorso autorevoli studiosi (O’Connor, Offe) provenienti da paesi economicamente assai più solidi del nostro avevano preconizzato la “crisi fiscale” dello stato sociale. E non è certo questa la sede per analizzare vizi di origine e distorsioni nello sviluppo della nostra esperienza di Welfare. Oggi peraltro, in una fase storica di grave e perdurante crisi economica, da molte parti (persino, recentemente, da parte del CNEL) si paventa un tracollo del nostro sistema non solo in conseguenza del tendenziale continuo aumento delle aspettative in esso riposte (come già previsto da O’Connor e da Offe fin dagli anni Settanta del secolo scorso), ma addirittura dei tagli già apportati e di quelli già oggi prevedibili alle risorse messegli a disposizione. Senonché la denuncia e la lagnanza non costituiscono la sola reazione possibile, e probabilmente neanche la più appropriata alla crisi in atto. Molti infatti sostengono ragionevolmente che proprio il sistema, con la sua struttura e le aspettative ad esso connesse, è quello che andrebbe ripensato: ma questo evidentemente non può esser fatto senza un ripensamento complessivo del modo di stare insieme in società, da parte di singoli e di aggregati sociali, all’interno di un sistema di istituzioni che non può esser pensato come dato una volta per tutte.

Un compito di questo genere ovviamente coinvolge tutti i settori della società e tutti i saperi in essa presenti, ma al suo interno un ruolo rilevante spetterebbe alla sociologia, che da sempre studia la dinamica sociale (Comte), le relazioni tra fenomeni sociali (Touraine), l’agire sociale dotato di senso (Weber) nonché gli eventuali effetti “perversi”, ossia non programmati, dell’agire sociale (Merton e Boudon). All’interno peraltro del sistema italiano dei servizi di Welfare (amministrativi, sanitari, socio-assistenziali, culturali, penitenziari e di recupero sociale) esiste già, fortunatamente, una risorsa finora poco e male utilizzata, ma che aspetta di essere mobilitata e valorizzata adeguatamente: vi lavorano infatti un gran numero di persone con competenze sociologiche (laureati in sociologia, in scienze politiche e sociali, in scienze della formazione, etc.) ovvero con una qualifica di sociologo o equivalente. Molti di loro svolgono compiti ritenuti non strettamente afferenti alla loro professionalità, altri li svolgono in una collocazione ritenuta frustrante all’interno della gerarchia delle mansioni istituzionalmente previste. Probabilmente quelli che si realizzano meglio sotto il profilo della professionalità sono quelli impegnati nei vari ambiti del privato-sociale, ma qui il vantaggio relativo viene pagato in termini di ridotta gratificazione economica.

Tutti costoro peraltro costituiscono una grande risorsa potenziale di conoscenza, di analisi e contributo a un ripensamento complessivo del sistema dei servizi, da effettuare ovviamente in collaborazione con studiosi professionalmente impegnati sul fronte della teoria e della ricerca sociologica. Un’iniziativa volta a promuovere l’assemblaggio di queste risorse di conoscenza, di riflessione e di pratica potrebbe dare finalmente inizio a quel ripensamento di cui sopra, da tante parti invocato, e al tempo stesso promuovere una mobilitazione di energie intellettuali (il c.d. capitale intellettuale) finora largamente sottoutilizzate nel nostro settore.

Sarebbe fortemente riduttivo dichiarare che queste figure professionali, così come si presentano oggi, possano essere automaticamente proclamate figure di sociologi clinici e quindi incaricate di svolgere i compiti che sono stati sopra individuati per questa figura professionale. I corsi di laurea da cui provengono questi operatori forniscono solo alcuni degli strumenti culturali e professionali di base per svolgere detti compiti. Mentre d’altra parte le loro esperienze professionali, molteplici e disparate, costituiscono certamente un bagaglio prezioso su cui fare affidamento, ma che necessita di una approfondita riflessione critica per poter costituire materiale effettivamente utile per una pratica socio-clinica.

Si rende necessario quindi un adeguato itinerario formativo (del resto la formazione lifelong è ormai un’esigenza universalmente avvertita, in tutte le professioni) di riqualificazione degli operatori in servizio, meglio se accorpato con quello da dedicare ai nuovi aspiranti alla professione. Si dovrebbe pensare infatti a un Master universitario di secondo livello, da strutturare con lezioni e laboratori online, interattivi e in video-conferenza, accompagnati da un incontro mensile (un sabato al mese) da realizzare con la presenza fisica sia di neo-laureati che di operatori in servizio e con discussione, alla presenza di esperti, di esperienze concretamente vissute, sia professionali che personali (storie di vita), da rivisitare criticamente perché diventino occasioni di crescita per tutti.

Dovrebbe essere comunque assicurata una solida conoscenza di storia economica e sociale, di metodologia delle scienze sociali, di teoria sociale con particolare attenzione agli approcci micro-sociologici, dei principali approcci allo studio della psicologia individuale e sociale (con particolare riferimento agli orientamenti cognitivistici, fenomenologici e relazionali e all’analisi transazionale), della sociologia del lavoro e delle organizzazioni, della famiglia, dell’educazione, della devianza e del controllo sociale, nonché naturalmente delle tecniche di ricerca sociale, sia quantitative (con conoscenze statistiche di base) che soprattutto qualitative.

Naturalmente queste discipline dovrebbero essere mostrate nella loro operatività e attitudine comprensiva mettendole a confronto con tematiche specifiche del disagio, come esso fenomenologicamente si manifesta. Quindi si dovrebbe dedicare volta a volta un’attenzione specifica per es. ai problemi della sanità, degli anziani, della famiglia, delle politiche attive del lavoro, dei minori e degli adolescenti a rischio e di coloro che sono già in circuito penale, delle aree ad alto tasso di marginalità sociale, etc.

Per esempio, nella regione Campania ha un rilievo assolutamente preminente la tematica dei servizi per i minorenni: bambini e adolescenti. Colpiti dal degrado crescente dell’istituzione familiare (sia nei ceti marginali che in quelli urbani benestanti), protagonisti di fenomeni di dispersione scolastica più gravi che altrove, emarginati da un mondo del lavoro legale con tassi di disoccupazione giovanile vertiginosi, sfruttati nell’ambito del “lavoro nero”, sedotti da prospettive di troppo facile promozione sociale nell’ambito della criminalità micro e macro, mortificati da un sistema di integrazione sociale basato esclusivamente sulla cooptazione indipendente dal merito (le “raccomandazioni”): i minorenni e i giovanissimi adulti costituiscono oggi, nel nostro territorio, un soggetto sociale terribilmente a rischio, un grave problema, anziché essere (come, fisiologicamente, dovrebbe essere) una risorsa decisiva per la società.

Su una problematica di queste dimensioni il lavoro di routine di amministratori, magistrati, insegnanti e operatori  sociali di ogni tipo rischia di essere un lavoro di Sisifo: e la frustrazione e il burning out  di tanti deriva proprio dal percepire questo. Un corto circuito fra riflessione scientifica ed esperienza pratica potrebbe invece contribuire a far scaturire quel ripensamento complessivo che, solo, può aiutare a farci uscire dalle attuali secche.

Una proposta di workshop

Un assemblaggio del genere non può avvenire con un colpo di bacchetta magica, specialmente in un ambiente in cui da decenni si sono venute accumulando diffidenze e gelosie professionali reciproche. Ma si potrebbe far leva sopra un gruppo (già esistente) di persone da tempo sensibilizzate alla questione, appartenenti ai diversi settori in questione, per provocare il necessario cambiamento.

La proposta consiste nell’organizzare un workshop di uno o due giorni a cui invitare, per farli mettere a confronto e discutere dei temi di cui sopra e delle connesse prospettive organizzative, studiosi appartenenti a diverse università italiane, sociologi professionali operanti in differenti realtà territoriali nonché alcune personalità scientifiche straniere aventi un ruolo particolarmente eminente nella comunità scientifica dei sociologi clinici (Research Committee n. 46 dell’International Sociological Association).

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