Resistere a ogni istituzionalizzazione della vecchiaia

Il processo di invecchiamento si può rappresentare come un percorso caratterizzato da continui cambiamenti, riguardanti la sfera dei bisogni, i quali richiedono altrettanti adattamenti sul piano delle risorse attivabili, per dare agli stessi congrue soddisfazioni.

Si sviluppano in questo modo dei meccanismi sociali che mettono in relazione da un lato i titolari dei bisogni, qualsiasi sia la loro età, e dall’altro i detentori delle risorse, a qualsiasi sfera essi appartengano. Si tratta di meccanismi essenziali che descrivono molto semplicemente le modalità di svolgimento dell’esistenza e che segnano la quali tà della vita nella quotidianità. Dall’infante che piange perché sente il bisogno di nutrirsi, finché non trova un capezzolo o una tettarella da cui succhiare, che gli assicura la sopravvivenza, fino al vecchio demente e totalmente non autosufficiente, incapace di rispondere ai propri bisogni, anche i più elementari e costretto, di conseguenza, ad affidare ad altri il compito di farlo per con tinuare a vivere.

Nello spazio definito da questi due estremi si collocano tutte le attività dell’individuo, sia che riguardino l’identificazione dei bisogni in quanto tali, sia che si riferiscano alle modalità per soddisfarli e all’attivazione delle risorse necessarie per effettuarlo.

Il variare del bisogno di casa nella vecchiaia

Le questioni sulle quali intendo brevemente riflettere nelle pagine che seguono sono sostanzialmente due:

• le dinamiche con cui variano i bisogni nell’età della vecchiaia, specialmente in rapporto al bisogno-diritto dell’abitare;

• le modalità con le quali si organizzano le risorse per rispondere a detti bisogni.

Ogni soggetto ricerca risorse per soddisfare i bisogni

L’assunto su cui si fonda tale riflessione è che i bisogni nel corso della vita cambino, come cambiano le modalità di percepirli e i criteri per dare le relative risposte. In questo senso si può descrivere e leggere tutta l’attività dell’individuo, costituita sostanzialmente dalla ricerca delle migliori risposte da dare ai propri bisogni e dalla parallela ricerca delle risorse le più adeguate possibili, per assicurare soddisfazione ai bisogni medesimi. I meccanismi che guidano e regolano l’attività quindi rispondono a tre condizioni:

• la percezione del bisogno da soddisfare, che dipende dalla soddisfazione che si è in grado di garantire al sistema nel suo insieme, secondo una scala di priorità che rispecchi il loro grado di importanza (la scala di Maslow offre in proposito un notevole contributo);

• la disponibilità di risorse, materiali e immateriali, per dare un’adeguata soddisfazione a detti bisogni (un tema che rinvia al principio di sostenibilità, incontrando e confrontandosi con quello dei diritti esigibili);

• la legittimazione dei bisogni da soddisfare secondo i modelli culturali e i contesti che fanno da cornice a tali meccanismi (è la dimensione che richiama i valori di riferimento e la loro traducibilità nei modelli di comportamenti).

Il cambiamento è frutto di spinte endogene e ambientali

Le cause che provocano i cambiamenti sono molteplici ed è impossibile elencarle in modo esaustivo; si possono soltanto indicare le macroaree da cui provengono.

• Si può definire la prima area come area endogena, nel senso che raggruppa i cambiamenti che provengono direttamente dallo stesso titolare, in conseguenza delle evoluzioni e delle condizioni che ne caratterizzano il profilo sia dal punto di vista fisico, che da quello psicologico e mentale. Ad esempio, una persona di sessant’anni ha esigenze da soddisfare diverse da quelle di un novantenne. Altrettanto si può dire di una persona che ha perso in parte la propria autonomia a causa di una malattia rispetto a un’altra che conserva la piena efficienza in tutti i parametri funzionali. Quando si entra nella sfera mentale e delle emozioni, le differenze tra una persona ancora capace di porsi degli obiettivi ed elaborare progetti rispetto a una che ha perso tali abilità sono ancora più rilevanti, anche se forse meno rilevabili dalla semplice osservazione.

• La seconda area raggruppa le cause che provengono dal contesto nel quale la persona stessa vive la propria esistenza. Si tratta dell’ambiente familiare, dove si definiscono e si praticano le differenze di genere; del modello culturale dominante, che definisce posizioni e ruoli sociali, anche in rapporto ai sistemi socioeconomici; dei sistemi di appartenenza alle comunità locali, professionali e religiose, che concorrono a definire la dimensione sociale dei vari profili. Ad esempio, l’uomo gode di una posizione diversa da quella della donna, in conseguenza del contesto culturale nel quale vive e dei legami familiari sviluppatisi nel tempo; ancora: gli ambienti ricchi di risorse economiche e servizi consentono una qualità di vita diversa da quella che si riscontra negli ambienti poveri; una povertà che può essere misurata dai livelli di reddito, ma anche dal capitale sociale e dai beni immateriali che caratterizzano la comunità di riferimento.

I bisogni e le risposte non sono standardizzabili

Ogni cambiamento, indipendentemente dalla sua origine e qualificazione, influenza il sistema dei bisogni, non tanto a livello di definizione, quanto rispetto alle modalità di darne soddisfazione. In altri termini, si può affermare che mentre sul piano della teoria i bisogni sono immutabili e coincidono con i diritti, uguali per tutti, su quello della pratica prevalgono le effettive risposte che si danno ai bisogni, risposte che variano a seconda delle situazioni nelle quali si opera. In tale prospettiva si incontra la politica, con i suoi obiettivi e le sue pratiche.

Per questo l’uguaglianza dei bisogni-diritti, invocata per tutti come segno di civiltà e svi- luppo, non trova spesso riscontri reali nella pratica, perché la politica non è in grado di assicurare tale uguaglianza a tutti.

Si arriva così a una prima conclusione e cioè che i bisogni non sono un “pacchetto” chiuso e uguale per tutti; e nemmeno possono essere ridotti a configurazioni standard, senza distinzioni. Di conseguenza anche le risposte ai bisogni variano in rapporto alle persone e ai contesti di vita, per cui nemmeno le risposte possono essere standardizzate, all’interno di schemi uguali per tutti. Ciò allontana di fatto la tentazione di catalogare i bisogni e il desiderio di elaborare risposte univoche, capaci di coniugare criteri di economicità, di uguaglianza e di efficacia. Nel medesimo tempo rende quanto mai complessa la ricerca delle risposte da garantire nei singoli casi, proprio per le numerose dimensioni da considerare nel dare soddisfazioni adeguate e di qualità.

La ricerca di risposte al bisogno di casa

Questa lunga premessa fornisce alcuni punti di riferimento per ogni ragionamento sui bisogni e sui corrispondenti criteri per soddisfarli. Ciò vale anche nel momento in cui si parla di bisogno di casa. Un bisogno che risponde a una delle primarie esigenze del vivere, un bisogno facile da descrivere e da rappresentare, sia quando si voglia pesare la sua rilevanza, che quando si intenda presentare la corrispondente risposta e le rispettive soluzioni.

Protocolli standard o soluzioni personalizzate?

È facile, ad esempio, descrivere il bisogno di casa di una persona anziana con problemi di mobilità e il bisogno di casa di una famiglia composta da genitori e due-tre figli in condizioni di povertà economica. Ed è altrettanto semplice descrivere la risposta, la più adeguata, nei due casi.

Lo stesso bisogno richiede risposte assai diverse tra loro, sia per la quantità e la qualità di risorse necessarie a una risposta efficace, sia per gli effetti che le risposte possono avere rispetto alla qualità della vita che si intende promuovere in ognuno dei due casi. Ancora una volta si riscontra come l’uguaglianza del bisogno sul piano astratto dei diritti non trova corrispondenza sulle risposte da praticare e quindi sulle scelte politiche da compiere nei rispettivi casi citati.

Basterebbe approfondire le dimensioni che costituiscono il bisogno, per comprendere le difficoltà nel dare risposte congrue e di qualità. Si scoprirebbero così le influenze esercitate sulle risposte dai modelli culturali, dal sistema dei valori di riferimento, dai contesti economici e ambientali; dalle caratteristiche delle comunità locali in termini di legami e di relazioni sociali, ecc. Influenze che impediscono di applicare protocolli standard e che richiedono, al contrario, soluzioni personalizzate.

Il significato di casa rimanda alla storia del soggetto e del contesto

Il bisogno di casa quindi è composto da tanti aspetti, ciascuno dei quali richiede specifiche risposte, secondo il peso specifico calcolabile in relazione all’insieme.

La casa infatti non è soltanto un bene materiale, fisico, ma è considerabile come un contenitore di simboli che risultano fondamentali del vivere sociale. È segno di appartenenza a una famiglia (a un casato), è geolocalizzata in una comunità (in un quartiere, in un paese) ed è inserita in un territorio, in un ambiente (in campagna, in montagna, in città, ecc.). La casa è anche un segno di autonomia e di indipendenza, che garantisce nel contempo protezione e difesa da alcuni pericoli. La casa è anche luogo degli affetti, dell’intimità, uno spazio che separa il privato da ciò che è comune e condiviso con altri. La casa è inoltre segno di riconoscimento sia per se stessi (riconoscersi nella casa), sia per gli altri (farsi riconoscere); la casa è un indirizzo, è un biglietto da visita. La casa, infine, può essere un segno di potere, di ricchezza, di status sociale.

Sono aspetti riscontrabili nella quotidianità, che connotano uno stile di vita e che attribuiscono significati alle tante espressioni presenti nel linguaggio comune: andare a casa, tornare a casa, invitare a casa, stare in casa, non uscire di casa, ecc. Non si tratta di significati univoci, definibili una volta per tutte. Spesso infatti il significato letterale dell’espressione evoca simboli che provengono dai contesti culturali di riferimento. Qualche esempio: stare in casa, chiudersi in casa significa appropriarsi di uno spazio per valorizzare il proprio privato; ma significa anche interrompere le relazioni con l’esterno, una situazione che può alimentare isolamento e marginalità.

La casa quindi come luogo degli affetti, dell’intimità e delle passioni può trasformarsi in un luogo dei conflitti, delle intolleranze e degli odi.

Avere le chiavi di casa significa riconoscimento di indipendenza e di fiducia, nonché segno di responsabilità e quindi allargamento del campo delle relazioni con l’ambiente e con la comunità locale. Ospitare un amico a casa significa riservargli uno spazio per vivere la sua autonomia, ma richiede anche una modifica nel proprio stile di vita e la ricerca di accordi che possono essere occasioni di arricchimento o di privazione.

L’ampliamento ai concetti dell’abitare e della domiciliarità

Più si indaga sui significati di casa, più si evidenziano i limiti del termine in quanto tale e la necessità di ampliare il quadro di riferimento verso il concetto dell’abitare: abitare una casa, abitare una comunità. Una prospettiva ben sintetizzata nel concetto e nel bisogno di domiciliarità, dove la casa rappresenta uno spazio “interno”, un bene importante da tutelare, che diventa peraltro insufficiente se non si colloca nell’”intorno”, che costituisce il contesto nel quale la vita si sviluppa. L’interno e l’intorno quindi come unico spazio, dove i beni materiali e le strutture si incrociano e prendono vita dai beni immateriali e relazionali presenti in tali contesti (1).

E mentre la casa è un bene che si costruisce una volta e rimane immutabile nel tempo anche se richiede manutenzione, ammodernamenti, ampliamenti abbellimenti, ecc., l’abitare è una costruzione continua che mette insieme esperienze, gioiose e dolorose, percezioni, desideri, delusioni, successi, fallimenti, annodando e riannodando il filo dell’esistenza. Per questo il “chiudersi in casa” non è soltanto un’azione materiale, perché ci si può chiudere per elaborare una perdita, un lutto, ma ci si può chiudere anche per trovare un po’ di tranquillità dopo una fatica o, più semplicemente, per difendersi dalle paure e così via.

Situazioni diverse che richiedono comunque un “giro di chiavi”, ma i cui significati non sono garantiti dai muri e dalle porte (chiuse o aperte), perché prendono origine da sentimenti, emozioni, vissuti, relazioni di prossimità, vicinanze.

A volte la casa può impedire l’abitare

È facile a questo punto comprendere perché ha più senso parlare di bisogno di abitare, piuttosto che di bisogno di casa. Una prospettiva che influenza anche l’elaborazione delle risposte da dare a tali bisogni, in quanto soddisfare il bisogno di casa è diverso che prefiggersi di soddisfare il bisogno di abitare. Paradossalmente in certe situazioni la casa diventa un impedimento rispetto all’abitare, mentre può anche riscontrarsi la situazione nella quale l’abitare sia vissuto anche senza una casa. Non avere una casa, infatti, può essere un segno di marginalità estrema (è come essere privi di cittadinanza, privi di diritti), ma può anche essere un segno di libertà senza confini, come per il nomade che costruisce la propria identità continuamente nei diversi contesti in cui si trova a vivere.

Vedere i problemi dalla parte delle risorse

La questione della casa e dell’abitare ap pare ancora più complessa, se la si analizza considerando le risorse necessarie per ri- spondere a detti bisogni.

Come garantire uno spazio fisico minimo?

Se si fa riferimento alla casa, le risorse sono di tipo materiale e sono direttamente monetizzabili. Una casa può quindi essere grande o piccola, modesta o di lusso, con giardino oppure essere un appartamento di condominio: tante tipologie che rispondono in modo diverso al bisogno del riparo, ma anche a quello dello stato sociale. Non ci sono standard precisi sulle caratteristiche che deve avere una casa per rispondere alle esigenze di coloro che la abitano.

Gli aspetti soggettivi e i significati simbolici non aiutano a chiarire la questione: basta osservare una villa signorile e un appartamento popolare, per cogliere come possano essere diverse le risorse necessarie per dare comunque la risposta al bisogno. Semmai sono soltanto le norme di igiene pubblica a stabilire regole di abitabilità, che tengano conto di alcuni parametri relativi alla salute e alla sicurezza. Regole peraltro che non sono in grado di stabilire lo spazio minimo necessario a una persona per condurre uno stile di vita soddisfacente. In altri termini, mentre le norme stabiliscono l’altezza di una stanza e le finestre che dovrebbero esserci in rapporto alla dimensione, non stabiliscono quante persone possano vivere in quella stanza. Così può esserci una casa di dieci stanze dove vivono due persone e case di due stanze dove vivono dieci persone, ovviamente con qualità di vita assai diverse tra loro.

Come garantire uno spazio relazionale?

Ed è proprio la qualità della vita che diventa il riferimento principale per soddisfare il bisogno dell’abitare. L’abitare infatti implica l’esistenza materiale di mezzi per nutrirsi, vestirsi, riscaldarsi, riposarsi, muoversi, ma anche le opportunità e le capacità di attivare e vivere rapporti con gli altri abitanti che costituiscono la comunità locale, con l’ambiente, partecipare alla vita pubblica, fruire del patrimonio culturale, godere di un clima di benessere, ecc. Tutte risposte che non hanno una dimensione materiale definita e definibile, perché sono espressione della vita di relazione, del grado di appartenenza sociale, della condizione di prossimità che sostiene e sviluppa un’identità in una prospettiva di convivenza e di integrazione. Allora il bisogno di casa e il bisogno di abitare diventano complementari tra loro; l’uno diventa presupposto per rendere praticabile l’altro, mentre quest’ultimo può definirsi strumento che dà senso al primo.

Le risorse e le competenze non sono affatto scontate

Ciò che cambia notevolmente sono le risorse utilizzabili in una e nell’altra direzione, perché per soddisfare il bisogno di abitare sono necessarie competenze (risorse), che non possono essere date per scontate e che risentono fortemente dell’influenza esercitata dal contesto.

Ancora una volta sono la qualità e la quantità delle risorse che definiscono il grado di soddisfazione dei bisogni, anche se questo meccanismo non è né automatico né scontato, bensì va orientato verso gli obiettivi che si intendono raggiungere, va sostenuto anche attraverso il miglioramento, quantitativo e qualitativo delle risorse che lo alimentano, va valutato sulla base dei risultati che è in grado di produrre.

In quest’ottica è più facile migliorare una casa (ampliandone la superficie, climatizzando gli ambienti, abbellendo gli spazi esterni, ecc.), piuttosto che migliorare i rapporti tra gli abitanti di un piccolo e o di un grande condominio, sia nelle relazioni interpersonali, che nelle relazioni di aiuto vero e proprio. E mentre nel primo caso un’accorta politica di risparmio potrebbe essere sufficiente per raggiungere risultati apprezzabili, nel secondo caso si tratta di attivare relazioni e situazioni di prossimità, situazioni che chiamano in causa caratteri personali, mentalità, stili di vita, emozioni, paure, pregiudizi, ecc.; una prospettiva molto più difficile da praticare.

L’aiuto dei servizi incrina la libertà della persona

Il nodo delle risorse ci obbliga ad aprire un nuovo scenario, che rifletta sul ruolo delle risorse, le tipologie disponibili, le modalità di utilizzo, in particolare quando il livello di autonomia di una persona (qui si fa riferimento alla persona anziana) non è sufficiente a rispondere dignitosamente alle proprie esigenze. Quando cioè una disabilità motoria impedisce di utilizzare tutti gli spazi della casa e di muoversi nell’ambiente circostante a causa della presenza di barriere architettoniche; quando la mente confusa non sa distinguere la notte dal giorno; quando non si sanno riconoscere le persone che si incontrano. In questi casi e in tanti altri che potrebbero essere elencati, per dare soddisfazione ai bisogni di casa e di abitare, è necessario accedere a nuove risorse, che possano coprire i deficit intervenuti, garantendo risposte confacenti, sia sul piano strutturale (eliminare, ad esempio, le barriere architettoniche) sia su quello delle competenze specifiche, che permettano l’utilizzo di nuovi strumenti e l’acquisizione di particolari riferimenti per supplire alle disabilità intervenute.

Il confronto con le regole di un’organizzazione

In questo quadro entrano in scena i servizi e in genere l’attività di aiuto e di cura, ai quali vengono affidati compiti, direttamente collegabili con la soddisfazione dei bisogni. Ciò modifica i criteri attraverso i quali tale soddisfazione viene raggiunta. Mentre in presenza dell’autonomia della persona l’adattamento al cambiamento avviene attraverso le scelte della persona stessa, in rapporto alle sue soggettività e ai contesti nei quali vive, quando le risposte ai bisogni richiedono l’intervento dei servizi, l’adattabilità deve sottostare non solo ai profili soggettivi delle persone coinvolte, ma anche alle regole che garantiscono il funzionamento dei servizi e delle attività di aiuto.

Nella maggioranza dei casi si tratta di servizi e di attività formalizzati, che rispondono a un’organizzazione; soltanto una minoranza continua a essere un’attività informale proveniente dalla famiglia, dal vicinato pros simo o dal volontariato spontaneo, nella misura in cui tali soggetti sono presenti e attivabili. Qualche esempio.

• Se una persona anziana perde l’autonomia nel prepararsi il cibo, la soddisfazione del bisogno di nutrirsi è affidata a qualcuno che glielo prepara (un vicino? un familiare?) o a un servizio “pasti caldi” che glielo fornisce a domicilio.

• Se una persona ha problemi di mobilità a causa degli esiti invalidanti di una malattia e non può svolgere le attività fuori casa (quelle strumentali, ma anche quelle espressive e di relazione) deve affidarsi a un servizio di accompagnamento o a qualche persona disponibile, che sostituiscano la sua disabilità, offrendole in questo modo la possibilità di soddisfare il suo bisogno.

• Se una persona non è più in grado di vivere a casa sola, deve affidarsi a un servizio residenziale o a un assistente familiare, che rispondano al suo bisogno di abitare.

Spesso sono i servizi a prescrivere la flessibilità

L’interrogativo che sorge, a questo punto, è sapere a quali regole si atterranno i servizi per garantire le prestazioni d’aiuto evidenziate nei casi appena citati o in casi simili.

La prima risposta è che i servizi dovrebbero considerare prima di tutto la persona da aiutare e quindi intervenire con l’obiettivo di dare la massima soddisfazione ai suoi bisogni. In altri termini i servizi dovrebbero essere in grado di garantire quella flessibilità necessaria che rispetti e risponda alle esigenze della persona interessata.

Ma questa prospettiva risulta difficile da rispettare, perché i servizi mireranno a razionalizzare al massimo l’attività, in modo da minimizzare i costi; perciò cercheranno di standardizzare le prestazioni e di contingentare i tempi di esecuzione, chiedendo che l’adattamento al nuovo schema sia garantito dalle persone che ricevono l’aiuto. In altri termini, si verifica che siano le esigenze delle persone a flessibilizzarsi, di fronte alle risposte standardizzate, adattandosi di conseguenza alla nuova situazione venutasi a creare.

Riprendendo gli esempi, è probabile che il servizio pasti caldi serva un certo numero di persone che ne hanno bisogno e ciascuna di questa chieda al servizio non soltanto un plateau in un involucro termico che risponda materialmente al bisogno di nutrirsi, ma anche una relazione e un’attenzione, da parte dell’operatore, corrispondente a un legame che va oltre alla nutrizione in quanto tale.

Com’è possibile che l’organizzazione del servizio risponda al bisogno di relazione entro i tempi stabiliti e rispettando i criteri di erogazione standardizzati?

Com’è possibile sostituire la propria abitazione con una residenza, nel momento in cui l’assistenza a domicilio non è più sostenibile, e assicurare uno stile di vita soddisfacente nel nuovo contesto?

Organizzazioni attente a se stesse o agli obiettivi?

La riflessione ora sviluppata evidenzia la presenza di un nuovo schema, secondo il quale quando è necessario accedere ai servizi (organizzati), intesi come risorsa, per soddisfare i bisogni, occorre anche considerare e accettare le regole di funzionamento dei servizi stessi. Anzi essi diventano una componente rigida nel processo di costruzione della risposta, tanto da dover chiedere alla persona da aiutare di flessibilizzarsi e adattare le proprie esigenze, in modo da poter fruire dell’aiuto previsto.

La rigidità dell’organizzazione, peraltro, è fisiologica e quindi riguarda ogni servizio nel momento in cui si formalizza e definisce i criteri di funzionamento, anche se può variare da caso a caso. Non si pretende quindi di generalizzare la situazione in modo semplicistico o deterministico, ma è certo e inevitabile che nelle organizzazioni la preoccupazione di mantenersi e di funzionare possono diventare più importanti della preoccupazione di sostenere e promuovere i significati e gli obiettivi, che gli interventi organizzati dovrebbero comunque prefiggersi (cfr. Gross E, Etzioni A. Organizzazioni e società. il Mulino, Bologna, 1987).

Perché e come resistere all’istituzionalizzazione

I meccanismi sociali descritti evidenziano in modo eloquente come nella pratica si svolga un processo di istituzionalizzazione, cioè come un’attività spontanea e priva di regole specifiche diventa un’istituzione, definendo apparati normativi e criteri di funzionamento, seguendo specifici modelli.

Le rigidità dei servizi può sviluppare legami di dipendenza

Si tratta di un processo che riguarda ogni organizzazione, indipendentemente dall’ambito in cui opera e dalla forma che assume; un processo che produce effetti positivi, ma che implica anche dei rischi, che possono tradursi in effetti negativi.

Gli aspetti negativi emergono già dalle descrizioni precedenti e sono riassumibili all’interno del concetto di rigidità dei servizi, una condizione che contrasta la necessaria flessibilità richiesta dai cambiamenti continui e dai relativi adattamenti. Questo vale anche per la tendenza a seguire percorsi autoreferenziali, che impediscono di riconoscere le soggettività proprie dei titolari dei bisogni e le specificità dei contesti di riferimento. Tra gli aspetti negativi c’è infine la tendenza di creare legami di dipendenza tra il servizio erogatore di prestazione e la persona bisognosa di aiuto, rendendo di fatto difficile ogni azione preventiva e di promozione di risorse, anche quando queste provengono dalle capacità residue delle persone che hanno bisogno di aiuto.

Tra gli aspetti positivi c’è la stabilità del servizio e il sostegno ai meccanismi di costruzione di identità che riguardano coloro che operano nel servizio stesso. Un’identità che può a sua volta produrre appartenenza e senso di responsabilità, rispetto agli obiettivi da raggiungere e all’erogazione di prestazioni adeguate per raggiungerli.

Resistere all’istituzionalizzazione è compito di ogni servizio

Le riflessioni finora proposte potrebbero consentire di valutare ogni servizio, elaborando un bilancio tra gli aspetti positivi e negativi esistenti e rintracciabili; per questo sarebbe necessario disporre di molte informazioni pratiche e di una vera e propria ricerca sul campo. Una prospettiva impraticabile in questa sede. Qui invece è possibile segnalare i maggiori rischi che i processi di istituzionalizzazione sono in grado di produrre, con qualche suggerimento sul come evitarli. In altri termini cercare di rispondere alla domanda sul perché e sul come resistere all’istituzionalizzazione.

Ogni istituzione si legittima attraverso regole che concorrono a definire dei confini e quindi da un lato delle appartenenze (per quanti aderiscono), dall’altro delle separazioni (per coloro che non aderiscono). Allo stesso modo esse possono creare dipendenza, togliendo o riducendo autonomia nelle scelte; infine sono poco attente a valorizzare i contesti (ciò che risulta esterno rispetto all’istituzione stessa) coltivando, al contrario, spinte autoreferenziali.

È facile cogliere la dimensione ambivalente delle istituzioni ed è proprio tale ambivalenza che giustifica l’opportunità o la necessità di “resistere” alle istituzioni, per non lasciarsi travolgere e ingabbiare acriticamente. Perché ciò avvenga, è necessario che esse stesse alimentino e sviluppino certe azioni di contrasto, quali:

• una capacità di leggere gli eventi critici che la riguardano, anche quando questi appaiono come insuccessi rispetto agli obiettivi da raggiungere;

• una capacità di interpretare i nuovi bisogni, indipendentemente dalle modalità con cui essi si manifestano;

• una capacità di ascoltare e di farsi influenzare dai cambiamenti che provengono dai contesti, sia che riguardino direttamente il sistema dei bisogni, sia che si riferiscano alle diverse tipologie di risorse disponibili e attivabili al fine di rispondere ai bisogni stessi.

Suggerimenti per resistere all’istituzionalizzazione dell’abitare

Queste linee generali possono declinarsi in modo più analitico rispetto ad alcuni ambiti. Si riprendono per questo alcune scelte fatte all’inizio sui bisogni di casa e di abitare delle persone anziane per suggerire alcune piste di analisi e di approfondimento, che permettano di evitare i rischi, senza annullare i vantaggi delle istituzioni.

Ecco, per concludere, i suggerimenti:

• collocare la risposta residenziale nella continuità del percorso di promozione del benessere della persona anziana, con un’attenzione ai bisogni di appartenenza, in modo da riconoscerli e tutelarli senza creare fratture o riducendole al minimo;

• riconoscere la rete locale come il riferimento principale dei servizi alle persone, concorrendo ad attivarla e a valorizzarla nella teoria e nella pratica;

• riconoscere l’autonomia delle persone anziane come obiettivo primario da promuovere e tutelare in ogni situazione, valorizzando in particolare il potenziale residuo, in rapporto alla qualità della vita da promuovere e tutelare;

• utilizzare e potenziare le prassi e gli strumenti di valutazione (anche quelli riguardanti la qualità), per contrastare ogni meccanismo produttore di autoreferenzialità;

• analizzare e leggere i mercati di ogni tipo, per cogliere i nuovi bisogni dell’abitare in modo da innovare i servizi e interagire con i processi di cambiamento nella prospettiva di crescita e di formazione continua.

Nota (1) È questo lo scenario promosso e sostenuto dall’associazione “La bottega del possibile” di Torre Pellice (www.bottegadelpossibile.it) che bene esprime l’evoluzione dal concetto di casa al concetto di abitare.

Renzo Scortegagna, socio de La Bottega del Possibile di Pinerolo (TO), docente di sociologia all’Università di Padova, è da sempre un attento studioso dell’evolversi della condizione degli anziani e delle politiche attivate in questi anni in Italia

renzo.scortegagna@unipd.it

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