Riannodando i fili della violenza alle donne. Un’analisi sociologica della Casa contro la violenza alle donne di Modena

Da oltre vent’anni studiosi e policy makers discutono sulla cosiddetta crisi del Welfare State. Il contributo specifico della sociologia su tale problema ha riguardato soprattutto l’analisi dei fattori all’origine della crisi, nonché la proposta di percorsi di riforma. Rispetto al primo punto le analisi si sono andate accumulando ad un ritmo crescente. Tale crisi, in linea generale, viene imputata a cambiamenti socio-demografici che stanno interessando la società, tra cui l’invecchiamento della popolazione, l’abbassamento dei tassi di natalità, l’aumento del tasso di separazione e i divorzi. Oltre a ciò vengono segnalati anche fattori di natura socio-economica: il rallentamento della crescita economica, che ha ridotto le risorse disponibili, le trasformazioni connesse al mercato del lavoro e l’ingresso in una fase di economia postindustriale e globalizzata. Tutti elementi che, anche a seguito dell’innovazione tecnologica, hanno portato ad una ristrutturazione dei modi di produzione e ad una forte terziarizzazione dell’economia.

Negli ultimi anni è evidente il passaggio dalla rappresentazione dell’agire pubblico come programmazione di risorse che devono essere distribuite dall’alto, all’agire diffuso e responsabile di attori sociali ed istituzionali che devono operare in rete partendo dagli stakeholder. Nel volontariato e nell’associazionismo diventa pertanto possibile operare in sinergia, costruendo, in un’ottica di partecipazione, azioni progettuali atte a rinvenire le immediate risposte da fornire, prima di tutto ai soggetti deboli e marginalizzati.

Esaminando il contesto territoriale socio-economico in cui opera il privato-sociale si evidenzia una particolare attenzione ai nuovi modelli di Governance – alleanze e co-progettualità – vòlti a dar senso alle relazioni di vita, traendo dalla crisi contingente aspetti di collaborazione ed innovazione sociale. Successivamente, tenuto conto della LR 2/2003 dell’Emilia Romagna – con cui i Centri Antiviolenza sono entrati nel sistema locale dei servizi sociali a rete – l’attenzione si focalizza sull’Associazione “Casa delle donne contro la violenza Onlus di Modena”. Tale “luogo”, così come definito dalle fondatrici, rappresenta un osservatorio privilegiato che contribuisce fattivamente all’elaborazione ed all’applicazione di modelli d’intervento culturalmente innovativi, orientati alla sperimentazione di metodologie e strumenti pensati ed attuati in un’ottica di genere. Centrando l’attenzione su questa struttura, ne vengono riportate le finalità statutarie, l’organizzazione, il percorso, i progetti specifici intrapresi, le reti, la metodologia di accoglienza e i dati statistici d’attività. In seguito ci si soffermerà sul concetto di violenza e sulle tipologie della stessa, secondo l’assunto che tale termine non sia da considerarsi disgiunto dalle nozioni di Identità e Differenza di genere.

La violenza è un fenomeno antico che interessa ogni strato sociale, economico e culturale, senza differenza di razza, religione od età. In particolare, nel caso della violenza di coppia tale aspetto può avere ripercussioni gravi sui figli (da qui il termine di “violenza assistita”). Infatti i bambini presenti nelle famiglie violente, pur non subendo maltrattamenti fisici, sono comunque esposti a forti pressioni. Spesso le donne, anche a tutela dei figli, tentano di nascondere e minimizzare le violenze, ma ciò non modifica il clima di tensione e sofferenza. Per un bambino essere testimone di violenza può avere un impatto devastante, tanto quanto esserne vittima diretta. Un percorso maturo di valutazione e prevenzione del fenomeno violenza dovrebbe riguardare, nelle strategie di policy, l’autore della violenza e tutte le possibili azioni di tipo terapeutico vòlte al suo recupero. In tale senso si colloca il programma pilota denominato ”Liberiamoci dalla Violenza”, attuato dall’Azienda USL di Modena, mirato ad aiutare gli uomini aggressivi in famiglia, agendo su loro stessi e non soltanto sulle vittime.

Il percorso di stage che chi scrive ha attivato presso la Casa delle Donne contro la Violenza Onlus di Modena, ha permesso di accostarsi alla tematica della “violenza contro la donna”, attraverso un duplice approccio formativo e di “osservazione”attraverso le due distinte forme attuate (a) “osservazione documentaria” e (b) “osservazione diretta intensiva”. Gli strumenti e tecniche di rilevazione adottate nel corso dell’esperienza sul campo hanno offerto l’opportunità di analizzare sia materiale documentale (in particolare: cartelle d’accoglienza) che di assistere ad esercitazioni e “simulate” relativamente al “fare accoglienza alle donne maltrattate”. Parte integrante di tale percorso è la graduale ricostruzione di un “me” capace di porsi in modo nuovo nelle relazioni con gli altri (non solo in quelle d’intimità), e di un “sé” consapevole del contributo specifico più ampio che la partecipazione attiva può offrire alla società in cui si vive. Alcune interviste a testimoni privilegiati, figure rappresentative del territorio, hanno contribuito a rafforzare la conoscenza del fenomeno. Le risultanze emerse attraverso metodologie di carattere quantitativo e qualitativo, attivate nell’ambito della struttura ospitante (case study, analisi di trend e “storie di vita”), hanno permesso di concentrare l’attenzione su vari aspetti che si presentano in forma di punti elenco:

a) sull’autore di violenza nel tentativo di andare al di là degli stereotipi (che tendono a generalizzare e “naturalizzare” la violenza maschile, invece di sottolinearne la responsabilità);

b) sulla ricostruzione del “sé” della donna maltrattata;

c) sulla particolare attenzione al fenomeno emergente della “violenza assistita”, agìta sui figli.

Ritornando al concetto iniziale di co-progettazione, quale valore aggiunto in situazioni di crisi, questa modalità operativa può essere utilizzata nel tessuto sociale territoriale (in linea con interventi programmatori già attivati con i Piani di Zona ed i Piani per la Salute), per una nuova integrazione tra istituzioni locali ed attori del terzo settore. Per attuare tale strategia di prevenzione primaria, è forte la convinzione di “cominciare proprio dalla scuola”, come dimostrano parecchie ricerche attuate [Musi E., 2008; Commissione Pari Opportunità della Regione Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Trieste, 2008; Ravazzolo T., Valanzano S. (a cura di), 2010].

La partecipazione delle stagiste ai gruppi di lavoro delle operatrici del Centro ha permesso di evidenziare, attraverso tecniche di brainstorming, la creazione (raccolta, organizzazione e valutazione) delle idee individuali e la fase di sviluppo dei “beni relazionali”. Tra gli argomenti che venivano abitualmente trattati possiamo citare almeno i principali: cosa si intende per accoglienza e counseling, i tipi di percorso, quando e come si attiva la “presa in carico” della persona accolta, i possibili indicatori di organizzazione e valutazione del percorso di accoglienza.

Nel corso dell’esperienza attuata presso il Centro Antiviolenza si è constatata inoltre l’importanza, ravvisata già dalle operatrici, di trasmettere alla Regione, per via telematica e con cadenza periodica, i dati relativi alle persone accolte. Le trasformazioni della modernità e l’utilizzo delle nuove tecnologie possono infatti adeguatamente affiancarsi alla costruzione dell’informazione per la gestione di un più efficiente ed efficace sistema di raccolta dati anche in campo sociale. Alla luce di tali cambiamenti dovranno essere rivisti i tradizionali approcci comunicativi (qualitativi e quantitativi), al fine di integrarli con tecnologie applicate alla rete e per migliorare, eventualmente con il contributo dello stesso cittadino, la ricerca sociale. Non va trascurato inoltre il supporto gratuito a favore delle assistite, attivato dall’associazione “Gruppo Donne e Giustizia” di Modena.

Un aspetto focale che è emerso nel corso della riflessione successiva all’esperienza così intrapresa ha riguardato il nesso sull’interazione donna-violenza, rispetto al quale si è cercato non soltanto di avvalersi della locuzione “violenza di genere”, ma anche facendo leva su una riflessione più estesa, riguardante le relazioni umane ed i conflitti, frutto di un malfunzionamento del sistema coppia e del sistema famiglia. Il percorso empirico così realizzato è stato focalizzato sull’individuazione di modelli d’intervento in logica comparata: attenzione agli interventi di recupero sperimentali, attivati in alcune aree e rivolti agli autori di violenza; azioni preventive vòlte al superamento di quegli stereotipi e pregiudizi in cui affonda le sue radici una cultura patriarcale, alla base dei comportamenti generatori di violenza; considerazione del fenomeno di “violenza assistita intra-familiare” che viene agìta sui figli e che le donne maltrattate spesso riportano quando si avvicinano ad un Centro Antiviolenza.

Per queste ragioni è auspicabile prestare anche attenzione alla “ricostruzione dell’identità personale e sociale in uno scenario di ruoli sessuali in mutamento”, facendo scaturire non uno, ma “diversi modelli sociali della violenza, ovvero diversificati profili socio-culturali degli aggressori e delle vittime”. M.A. Straus, studioso impegnato nella ricerca sul tema della violenza nelle relazioni-intime fin dagli anni Settanta, in due articoli recenti illustra i motivi a causa dei quali non si ha una conoscenza realistica del fenomeno violenza. Secondo questo ricercatore infatti il progresso scientifico in tale ambito sarebbe (stato) ostacolato da diversi fattori:

a) in passato le indagini sono state orientate a ricercare una spiegazione monofattoriale dell’agire violento nell’ambito delle relazioni intime trovandola nel patriarcato e nella dominazione maschile;

b) la ricerca, pur essendo vòlta ad investigare le differenze di genere, raccoglie poi i dati relativi solo ad un genere, quello femminile;

c) l’omissione delle evidenze empiriche sulle aggressioni femminili ai danni dei maschi;

d) il quasi inesistente finanziamento dei progetti sulla violenza di coppia che non presuppongano come unico aggressore il maschio;

e) infine, quando si rilevano e si rendono note le aggressioni femminili, si definiscono queste come modalità di autodifesa. Anche l’OMS afferma il fatto che “quando la violenza è commessa dalle donne, essa è frutto prevalentemente di un’autodifesa rispetto alle aggressioni degli uomini”.

Tuttavia alcuni recenti studi dimostrano come solo una parte delle aggressioni rappresenti una modalità di difesa da parte delle donne, mentre secondo altri autori la violenza fisica sarebbe maggiormente utilizzata dai maschi.

Tali considerazioni teoriche sarebbero giustificate dalle diverse caratteristiche del processo di socializzazione primaria: da un lato, tra gli uomini, mirata alla competizione, alla forza, all’azione; dall’altro, tra le donne, tesa alla docilità, al ruolo materno e di cura ed alla comunicazione. Il processo di emancipazione della donna ha sancito l’uguaglianza di diritti tra uomini e donne e la necessità di pari opportunità. Tuttavia il gap economico, culturale, sociale e lavorativo tra uomini e donne, soprattutto in Italia, è ancora lungi dall’essere superato. Sembra dunque che le donne, in particolare quelle appartenenti alle nuove generazioni, vivano la loro situazione con un certo grado di “deprivazione relativa”.

Secondo questa ipotesi non sarebbe pertanto il genere sessuale di appartenenza a fare la differenza tra maschi e femmine in episodi di violenza, quanto piuttosto il “ruolo di genere” che la tradizione affida alle donne. Al mutare, o meglio al diminuire del grado di interiorizzazione di tale ruolo di genere tradizionale, potrebbe anche aumentare la violenza di coppia e le condotte aggressive della donna, quale forma di difesa della propria dignità personale. Le donne delle nuove generazioni avrebbero dunque interiorizzato il fatto che forse non sono più il “sesso debole”, come avveniva in passato.

Esse, nel rispetto degli artt. 4. e 37 della Costituzione, pur non raggiungendo una sostanziale parità con l’uomo, si sono pienamente inserite nel campo lavorativo e ciò può aver causato una profonda crisi identitaria maschile, tuttora irrisolta a livello collettivo.

Contemporaneamente, molte di quelle stesse donne non possono, né vogliono liberarsi dal tradizionale ruolo di genere di “angelo del focolare”, che dà loro sicurezza ma anche, soprattutto, stabilità al nucleo familiare, di cui la donna si sente responsabile in misura notevolmente maggiore rispetto all’uomo. Soprattutto, come sostengono alcuni studiosi, né gli uomini né le donne hanno ancora elaborato un’idea precisa dei loro nuovi ruoli di genere, che spesso nell’immaginario collettivo risultano enfatizzati creando disequilibrio e disarmonia nella coppia.

La nuova forma di violenza maschile sulle donne rappresenta un tentativo di cancellare la Differenza (l’alterità) e non riconoscere l’Uguaglianza. Per prevenire eventuali forme di violenza donne e uomini dovrebbero interrogarsi sul loro rapporto affettivo, intraprendendo assieme un maturo percorso di coppia basato sulla progettualità. La sfida che si ha davanti è quella di poter pensare in futuro non soltanto ad una corretta vita di relazione e considerazione del mondo femminile, ma anche e soprattutto ad una cultura del confronto e rispetto della Differenza, con interventi educativi mirati alla prevenzione e al benessere delle nuove generazioni. Si auspicano altresì azioni concrete ed incisive da parte delle istituzioni, azioni capaci di tradurre le richieste delle donne in rappresentanza e diritti.

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