Riflessione sulla spendibilità dell’ICF nella rete dei servizi

La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF) redatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2001, ha consentito un modo nuovo di intendere la Salute. Un modo che in più occasioni è stato definito “rivoluzionario” per via dei principi ispiratori: Universalità, Ambiente, Linguaggio neutrale, Parità. In modo particolare tale classificazione rappresenta la pragmaticità del Modello bio-psico-sociale, superando di fatto il “dualismo cartesiano”.

Gli scopi di questo strumento è possibile sintetizzarli in soli sei punti:

1.Fornire una base scientifica e di ricerca per comprendere la salute e gli stati di salute, gli outcome, e le sue determinanti.
2.Stabilire un linguaggio comune per migliorare la comunicazione fra discipline e settori diversi.
3.Stimolare lo sviluppo di servizi per migliorare i livelli di partecipazione sociale fra le persone con disabilità.
4.Permettere il confronto di dati fra differenti nazioni, servizi e sistemi sanitari di cura.
5.Fornire uno schema di codifica sistematico per i sistemi sanitari informativi.
6.Raccogliere dati che riguardano i facilitatori e le barriere che limitano o migliorano i livelli di partecipazione in tutte le aree di vita sociale.

Finalità queste che possono essere perseguibili a seconda dell’ambito di intervento.

Nell’ambito clinico, l’ICF è utile per l’Assessment dei bisogni del paziente, Assessment degli outcome del trattamento; nei processi di decision-making; nella valutazione degli outcome in ambito riabilitativo.

Uno strumento applicato anche nella ricerca sui determinanti della salute e dei fattori ambientali; per svolgere studi epidemiologici e ricerche specifiche sulle prestazioni dei sistemi di salute. Inoltre, lo strumento è spendibile per gli studi della popolazione e per la valutazione dei bisogni; oltre che al management di informazioni e la gestione di data base.

Da un punto di vista del management sociosanitario, l’ICF è utile per gli interventi sul controllo della qualità; per fornire adeguati trattamenti; per la misurazione dell’efficacia dei percorsi assistenziali e trattamenti riabilitativi; per valutare i costi dei trattamenti e facilitare il management e le allocazione delle risorse.

Inoltre, nell’ambito sociale è utile per la pianificazione della sicurezza sociale, per valutare gli outcome di specifici interventi e per sviluppare adeguate policy, oltre che a potenziare politiche volte all’inclusione sociale.

A distanza di oltre un decennio dalla pubblicazione dell’ICF, la fruibilità dello strumento nei diversi servizi appare stentata e addirittura si ignora l’esistenza. Ciò consente una disomogeneità dell’utilizzo inficiando l’efficacia di un network istituzionale in grado di soddisfare le esigenze individuali. Ad esempio, le istituzioni scolastiche si ritrovano ad utilizzare l’ICF per rispondere ai bisogni educativi individualizzati e per redigere i piani educativi individualizzati. Ma mancando l’interfaccia con i servizi sociosanitari, l’impegno appare limitato e non soddisfacente per inquadrare lo stato di salute di bambini e adolescenti con qualunque livello di disabilità

Le motivazioni per cui i servizi sociosanitari stentano nell’utilizzare l’ICF sono diverse:

1) La formazione è spesso lunga. Questa non consiste solo in alcuni giorni di lezione frontale ma anche di pratica (in fase sperimentale, di prova) e spesso di supervisione da parte di esperti. Oppure, si confondono i percorsi informativi da quelli formativi.
2) Il percorso formativo consiste essenzialmente nell’acquisizione di una logica “nuova”. Solitamente, si paragona l’ICF ad un elenco telefonico. Come con quest’ultimo, è necessario apprendere la logica per utilizzarlo in modo appropriato ed efficiente.
3) L’acquisizione di una nuova logica spesso coincide con la percezione di uno strumento difficile, ostico nonostante l’utilità. Ma è proprio l’utilità che sprona il neofita a perseverare nell’acquisizione di maggiore praticità dello strumento (in particolar modo della checklist).
4) La soddisfazione degli operatori nell’utilizzo si scontra con l’inconsapevolezza della classificazione da parte dei dirigenti e questo genera una diversa frustrazione tra coloro che operano con tale strumento.
5) In ogni modo, le Direzioni che riconoscono l’ICF come mezzo per rilevare i bisogni ma soprattutto le inefficace e le inefficienze, lo adottano con ottimi risultati.
6) Ma l’interrogativo maggiore che si pongono operatori e dirigenti è la realizzazione di un’équipe multidisciplinare. Spesso i servizi presentano una esigua eterogeneità di professioni. Per questo motivo, la condivisione delle informazioni con altri servizi (multidimensionalità e territorialità) è carente. Una carenza che in termini di crisi economica e difficoltà di ricambio generazionale di professioni e professionisti appare un eufemistico “handicap”.

La scommessa del futuro prossimo consiste nel consolidare una nuova figura che possa in qualche modo dirompere nei vari servizi (enti locali, ospedali, aziende sanitarie, scuole, ministeri, ecc.), ovvero il Disability Manager. Questi ha il compito di formare, informare, raccordare e assicurare una sinergia tra professionisti e servizi. Un’occasione per mettere al centro dell’attenzione non il singolo servizio ma il cittadino con le sue peculiarità psicosomatiche-sociorelazionali-ambientali e di conseguenza valutare i bisogni di una popolazione. Un auspicio che è stato al centro della proposta del Ministro Giovannini (luglio 2013) di introdurre tale figura nei principali dicasteri.

Rocco Di Santo, sociologo, segretario SISS, è responsabile dell’Area “Salute e Welfare” dell’Ente di Formazione Professionale – ENFOR di Policoro (MT); collabora con il Centro di Riferimento Regionale Autismo dell’ASL de L’Aquila.
rocco.disanto@email.it

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