Riflessioni sul modello di welfare in Italia tra crisi e opportunità di cambiamento

Tra le diverse dottrine, dal dibattito sociologico a quello clinico o economico, gli approcci al tema welfare sono molti e talvolta disunivoci tra loro, sia per i riferimenti che per il linguaggio adottato. Nell’insieme tutto ciò non si presta ad una visione organica del sistema, delle sue criticità e dei modi per aggredirle e soprattutto dei punti di forza che indubbiamente ci sono e che andrebbero ben identificati per rafforzarli.

Pur mantenendo un approccio sociologico, si può provare a sintetizzare il tema, non in modo esaustivo, con alcune riflessioni utili ad inquadrarlo, mantenendo espressioni “comuni” e non tecnicistiche, a favore di considerazioni complessive e trasversali.

Il modello welfare in Italia, nonostante sia caratterizzato dalla presenza di politiche a tutela delle minoranze e non manchi l’analisi del bisogno per segmenti della popolazione, si struttura ancora prevalentemente su un individuo che lavora, maschio, adulto, che ricorre ai servizi sociosanitari quando e se ne ha bisogno.

Sono certamente ben strutturati i sistemi dell’assistenza previdenziale e della sanità, quest’ultima con un’elevata efficienza più nella cura che nella prevenzione delle malattie e tuttora improntata su una “medicina d’attesa” invece che sulla “medicina attiva”.

Questa tipologia dell’offerta, orientata spesso ad un “ideal tipo” di paziente, si potrebbe superare a favore di un modello inclusivo, che consideri i bisogni trasversali di donne, giovani, disabili, famiglie sia con figli che mononucleari, poveri, infanzia, non autosufficienza, migranti, portatori di gravi bisogni socioeconomici che non sono sostenibili con una rete relazionale oggi più carente in termini di welfare community? La condizione di “povertà” della community è certamente collegata alla crisi economica, sia intesa come riduzione della capacità d’acquisto pro capite che iniqua distribuzione, ma ha ricadute più complesse e direi più gravi non direttamente misurabili dal contenuto del portafoglio. Le reti famigliari/amicali sono fragili rispetto ai bisogni sociosanitari dei soggetti e, fenomeno decisamente sottostimato, si indeboliscono ulteriormente (stress, depressioni, conflitti, impoverimento) spesso a svantaggio di alcuni soggetti quali le donne che possono maggiormente cadere in queste condizioni per far fronte ai bisogni non presi in carico dall’attuale sistema welfare. Un “impoverimento” grave, sottostimato e sottovalutato nel dettaglio dei fenomeni complessi che lo caratterizzano e che per questo richiede analisi e progettazioni consapevoli e lungimiranti.

Queste riflessioni e relative teorizzazioni sono affrontate e attive nelle discipline sociali da oltre un ventennio.

Ammesso che ci si avvii in una direzione che consideri contestualmente questi fattori di complessità, come adottare decisioni non in contraddizione tra loro che annullino l’effetto l’una dell’altra? Come evitare scelte nocive rispetto ai punti di forza dell’attuale sistema che comunque esistono e sono da salvaguardare quali l’orientamento al principio di equità d’accesso o l’economicità del sistema in Italia?

L’orientamento all’equità potrebbe essere rafforzato con azioni di progetto indirizzate anche alla presa in carico equa, mediante la strutturazione dei servizi non solo improntati sull’offerta ma anche sull’intercettazione del bisogno. Progettare ad esempio, le Case della Salute anche con questi presupposti va oltre la determinazione della libertà d’accesso dichiarata negli atti. Tuttavia, facili e numerose sarebbero le scelte che più o meno consapevolmente limiterebbero l’attuale livello di accesso in cui perdurano, per ora, delle garanzie.

Tagli lineari o di specifici settori di bisogno, quindi in controtendenza al principio di equità, e capaci di innescare ulteriori bisogni nella comunità che non è in grado di sopperire alla riduzione del welfare, hanno un limite imprescindibile di fondo: non incidono sui meccanismi di formazione della spesa, né controllano la richiesta/appropriatezza della domanda e non limitano le disuguaglianze territoriali, di genere, di ceto, di cultura e, aspetto sottovalutato, i conflitti intergenerazionali.

Il possibile depotenziamento, dovuto a tagli delle azioni dirette e indirette che contribuiscono nell’insieme alla funzione di prevenzione degli eventi acuti, e altri fattori come l’elevata quota di compartecipazione alla spesa, potrebbe determinare un incremento di costi non solo nella “qualità della vita” intesa come fattori minimi di benessere, ma anche essenzialmente di bilancio.

Ulteriore riflessione di fondo non ideologica: il concetto di equità non è solo un auspicabile avanzamento del livello civile e morale di una società ma determina anche un risultato in termini di risparmio di costi complessivi, come pure trattare gli individui nelle loro differenze limita che queste si trasformino in disuguaglianze con conseguente incremento di disagio sociale e di costi per la salute e il benessere.

Il fondo sociale è stato ridotto al minimo da precedenti governi e tale riduzione perdura. In tal modo come realizzare i principi della L. 328/00 di riordino del sistema welfare, relativi all’omogeneizzazione dei servizi essenziali senza evitare il forte rischio di un livellamento sul basso, o un arretramento delle condizioni di salute che si manifesta anche con l’incremento delle cronicità ormai comparse anche in età pediatrica? Cronicità e multiproblematicità sono condizioni più ricorrenti nei segmenti della popolazione italiana, la cui presa in carico, da parte del sistema, ha costi elevati e, contestualmente, non è soggetta a forti investimenti di ricerca scientifica.

Tutto ciò nella community ha una ricaduta in termini di perdita di posti di lavoro spesso femminili, sia pubblici che privati, quei posti lecitamente o impropriamente identificati “flessibili” alle esigenze di conciliazione vita/lavoro della donna. Anche la lotta all’evasione fiscale, ammesso che sia una strada percorribile in Italia date le specifiche condizioni del paese sia di ordine culturale che tributario, non determinerebbe un risanamento con ricadute sufficientemente significative a beneficio del sistema welfare. Sarebbe utile una “visione” che riconsideri l’investimento in queste politiche, quelle che pongono lo sviluppo sociale quale obiettivo costante e principio guida trasversale nelle fasi di progettazione sociale, con una programmazione non limitata ai tavoli tra P.A. e stackeholders ma eventualmente affiancata da percorsi di shareholding tra pubblico e privato sociale. In tal modo si andrebbe forse verso una salvaguardia della welfare community, si potrebbe contribuire al risanamento finanziario limitando anche estremi quali la disintegrazione sociale.

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