Sociologia, professioni e mondo del lavoro

Il volume Sociologia, professioni e mondo del lavoro (Egea, 2015) curato da Annamaria Perino e Lello Savonardo origina dai lavori del convegno su “Sociologia, professioni e mondo del lavoro”, avvenuto il 12-13 ottobre 2012, organizzato dall’AIS e dall’Ateneo trentino in occasione del cinquantenario della sua fondazione, il cui tema è stato ripreso anche nel X convegno nazionale di Sociologia “La qualità del sapere sociologico”, tenuto successivamente a Firenze dal 10 al 12 ottobre 2013. Alla luce delle profonde trasformazioni che stanno interessando i sistemi sociali ed economici del nostro paese, la Sociologia si trova a dover fare i conti con i problemi derivanti da un debole riconoscimento scientifico del titolo di studio e da una sua difficile spendibilità nel mondo del lavoro. L’obiettivo è, ed è stato, quello di riflettere sullo stato dei laureati in Sociologia e fare proposte per migliorarne il futuro occupazionale e professionale.

Il testo approfondisce l’ampio spettro delle questioni tramite quattro gruppi di contributi. Nel primo, La professione sociologica, introdotto da Marita Rampazi, si affrontano gli aspetti critici che attualmente manifesta la professione del sociologo con i saggi di Serafino Negrelli, Antonio Scaglia, Carlo Barone e Lucia Ruggera, oltre che della stessa Rampazi. Nel secondo, L’evoluzione della formazione sociologica, introdotto da Paola di Nicola, con i contributi di Renzo Gubert e Gabriele Pollini, Maria Lucia Piga e Albertina Pretto, si esaminano le ragioni che hanno portato alle differenti concezioni della formazione sociologica dai suoi inizi fino ai nostri giorni. Nel terzo gruppo, Giovanni Boccia Artieri introduce i contributi di Davide Borrelli e Mihaela Gavrila, Davide Galesi, Andrea Carboni e Alberto Gianera su La professione del sociologo tra percezione, aspirazioni e applicazioni concrete, dove si analizzano le percezioni che studenti, docenti e “pubblico” hanno della disciplina. Infine, con la quarta e ultima parte introdotta da Annamaria Perino, La spendibilità del sapere sociologico, si illustrano alcune specifiche aree/ambiti nelle quali la Sociologia può avere un ruolo preminente: la ricerca (Elisa Manna), la comunicazione (Raffaele Savonardo), l’industria e il terziario (Silvia Gherardi), la gestione del territorio e dell’ambiente (Renzo Gubert), il terzo settore (Luca Fazzi e Deborah Fraccaro), la salute e i servizi sociali (Annamaria Perino).

Nell’analisi di questi temi s’intreccia la storia della Facoltà di Sociologia con i saggi su L’apporto di Trento alla Sociologia italiana di Antonio Scaglia, La formazione sociologica a Trento negli anni Sessanta e Settanta di Renzo Gubert e Gabriele Pollini, Sociologia a Trento tra studenti di ieri e studenti di oggi di Andrea Carboni e Alberto Gianera. Dato il ruolo che Trento ha avuto nella Sociologia italiana, essi rappresentano una sorta di case study, illuminante per comprendere le dimensioni e le ragioni della tematica trattata.

Grave è lo stato dei nostri laureati nel mondo del lavoro. La lettura dei dati sui laureati in materie sociologiche evidenzia lo scarso impatto che sembra esserci tra professione e uso delle conoscenze sociologiche, occupazione e preparazione ricevuta. Le recenti analisi di Luciani (2013), Barone (2013) e Agnoli (2013), esposte al convegno di Trento, concordano tra loro e confermano una credenza diffusa nella pubblica opinione. Si rileva che i nostri laureati si presentano sul mercato del lavoro privi di un’identità professionale precisa, hanno un tasso di disoccupazione più alto della media, svolgono lavori generici, poco coerenti con la loro formazione, ricevono basse retribuzioni (Argentin, 2013) e sono poco soddisfatti del lavoro ottenuto (Decataldo & Fiore, 2013). Sembrerebbe quindi che la formazione sociologica che hanno ricevuto non condizioni in senso positivo la loro vita futura.

La valutazione negativa di uscita degli studenti dai processi di formazione universitaria si accompagna a una seconda valutazione altrettanto critica questa volta di entrata, effetto e causa della prima. Il calo delle matricole ai corsi di Sociologia sembra continuo (Denti & Triventi, 2013); poco elevata è la loro qualità, con voti medio-bassi in diplomi ottenuti prevalentemente in istituti tecnici. Gli studenti sembrano iscriversi a Sociologia senza particolari motivazioni, come ultima ratio per acquisire un titolo di studio non costoso da usare nel mercato del lavoro, oppure per avanzare nella carriera di un lavoro che già svolgono1. Alta risulta la propensione all’abbandono. Tutto ciò avviene in un contesto dove la Sociologia viene marginalizzata: sia nel mondo accademico, con ricadute negative sul reclutamento e il personale; sia nella società, dove la sua considerazione è scarsa (Borrelli & Gavrila, 2013). Criticità si presentano, con modalità non sempre eguali, anche in Europa e negli Stati Uniti2.

Coloro che sono dotati di grandi qualità intellettive, capacità, o capitale sociale, possono prescindere da un processo formativo carente sul lato professionale, ma non gli altri. Abbiamo dunque una responsabilità morale verso i nostri studenti che dobbiamo onorare impegnandoci in una riflessione rigorosa sulla natura delle nostre discipline e sui processi di formazione utilizzati in ambito universitario. Il mondo accademico ha dato scarsa attenzione al versante applicativo delle scienze sociali. Facciamo ricerca applicata, ma riflettiamo poco su di essa, su cosa sia, sulla sua natura; raramente troviamo una trattazione metodologica del versante operativo della Sociologia. Alla ricerche che facciamo sull’occupazione si accompagna uno scarso interesse a migliorare le pratiche formative atte a favorirla. Paradossalmente, alla scarsa erogazione che facciamo di competenze professionali si contrappone una domanda potenziale da parte di una società sottoposta a ristrutturazioni profonde dovute alla rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione, che generano in ogni campo della vita nuovi bisogni e necessità. La domanda è così forte che ha dato luogo a una proliferazione di professioni che si sono costituite autonomamente e indipendentemente dal mondo accademico, tramite esperienze di autoapprendimento. Si richiedono competenze bene estraibili dai nostri studi in una grande varietà di luoghi: negli istituti di ricerca, demoscopici, di marketing; nella progettazione e nella valutazione degli interventi; nella formulazione di bilanci e rendicontazioni sociali; nell’organizzazione, nella gestione del personale e nelle relazioni industriali; nella vecchia e soprattutto nuova comunicazione di rete, nella pubblicità. Vi sono problemi di riorganizzazione politica e amministrativa, di politiche sociali, di urbanistica e pianificazione territoriale, di consumo, d’immigrazione e d’inserimento sociale, di nuove povertà, di genere, di disoccupazione, che richiedono interventi operativi su cui i nostri laureati possono avere un ruolo efficace3. In tali lavori si nota frequentemente l’impiego di altre discipline, quali l’Economia, la Psicologia, la Scienza politica o la Statistica. Quale è la causa della nostra debole presenza? Certo, vi è un problema d’immagine, di ciò che la comunità sociologica riesce a comunicare di se stessa. L’immagine del sociologo è distorta, vaga, indistinta, senza una collocazione precisa nella pubblica opinione. Spesso è quella del “tuttologo”, di chi sa tutto, quindi niente. Al sociologo, si domanda “Ma cosa fai? Di cosa ti occupi?”4. Nel caso migliore, il contenuto dei nostri studi riscuote un interesse “intellettuale”, presso un settore di persone “colte”, non uno “pratico” attinente alla vita produttiva, imprenditoriale. Ma non possiamo certo assolverci con la ragione della comunicazione, tanto meno con l’analfabetismo degli altri. Dobbiamo piuttosto interrogarci su ciò che effettivamente facciamo, sul contenuto e la validità delle nostre conoscenze, e questi sono, a mio parere, i veri motivi. Il problema allora si sposta dal lato della domanda a quello dell’offerta sociologica.

La Sociologia origina fuori dall’Università, come del resto ogni altra disciplina scientifica (si pensi al ruolo delle accademie rinascimentali), accompagnata da un forte impegno sociale. Per Comte era una scienza riformatrice. Anche nel suo affermarsi nel nostro paese si è data il compito della modernizzazione: al nord coadiuvando e correggendo il mondo industriale, al sud combattendo la miseria contadina (Barbano, 1982). Solo dopo la sua istituzionalizzazione ha perso quell’interesse riformatore e quell’impegno politico che l’avevano caratterizzata: la cura e la lotta per la propria identità universitaria le ha fatto trascurare ciò che avveniva fuori dall’Accademia (Sgritta, 2013). Così facendo, si è ristretta in un recinto che ha favorito un malinteso aristocraticismo che l’ha allontanata anche dalla conoscenza pratica e professionale.

Sebbene il lavoro sociologico si svolga dentro e fuori l’Università; la comunità sociologica è quella accademica (Siza, 2013); chi opera fuori di essa è dotato di scarsa legittimità. Il mondo delle professioni è stato guardato con disinteresse, se non con diffidenza, non come il versante applicativo della stessa scienza. I rapporti tra accademici e professionisti sono rari: ricordo che solo ultimamente è stato inserito nel direttivo dell’AIS un esponente del mondo professionale. Al contrario, mondo professionale e mondo accademico appartengono alla stessa comunità scientifico disciplinare, legittime e differenti espressioni delle stesse conoscenze (Siza, 2013); purtroppo, la comunità sociologica, anche restando sul solo versante accademico, sembra più un condominio che una vera comunità, come l’ha felicemente definita Morcellini (2014). In ogni caso, la Sociologia non può isolarsi nel suo ambito universitario, non può produrre conoscenze utili solo alla cultura e al senso critico dello studente, deve interessarsi anche al suo versante pratico. La missione formativa dell’Università è povera se non ha efficacia sul futuro lavorativo dei propri studenti e non riesce a valorizzarlo con rispettabili attività professionali.

Il distacco tra il mondo dell’Accademia e quello delle professioni è quanto mai negativo per ambedue, perché è dal connubio tra conoscenza teorica e attività pratica che si forma nella società l’immagine di una comunità scientifica forte. La creazione di valide figure professionali porta prestigio alle discipline su cui esse si basano, incrementa il valore della loro cittadinanza nella comunità scientifica e in quella sociale. Questi operatori sono, in un certo senso, ambasciatori della nostra disciplina, il nostro specchio, e la società ci giudica anche su questa immagine riflessa.

La qualità del sapere

Per comprendere cosa dobbiamo trasmettere in un processo formativo finalizzato alle professioni, dobbiamo innanzitutto domandarci a quale Sociologia ci riferiamo. Questa domanda suonerebbe strana nelle altre discipline cosiddette scientifiche, che si articolano semplicemente in un corpo di conoscenze cognitive “puro”, teso a descrivere e a spiegare, e in uno “applicato” che usa il primo per operare nel mondo, raggiungere determinati obiettivi, quindi soddisfare i valori che li ispirano. Al contrario, in Sociologia il quesito è sempre presente: si ricordino le ultime classificazioni della disciplina di Burawoy (2005) e di Boudon (2002)5.

Al di fuori di qualsiasi giudizio sulla loro legittimità, alcune delle fattispecie di Sociologia considerate non servono, almeno direttamente, a creare professioni; possono arricchire culturalmente coloro che le esercitano, ma non caratterizzare professionalmente le loro attività. In particolare, rifacendosi alla classificazione di Burawoy, va tenuta presente la distinzione tra Policy e Sociologia pubblica, perché le due, pur accomunate dall’interesse attivo verso la società, e con qualche luogo d’intersezione, tuttavia comportano differenze fondamentali nei loro approcci e finalità: l’una è meramente pratica, l’altra è critica. La Sociologia pubblica analizza e contesta la società costituita, cercando di superarne i limiti in base a una filosofia politica (più o meno esplicita) con cui coinvolge la cittadinanza. La policy si occupa di strategie d’intervento di piccolo o minore respiro in base alle richieste (e ai valori) di un committente su molteplici aspetti della società intesa nel suo versante pratico. Anche se una formazione critica sia certamente positiva per gli attori in gioco, resta il fatto che «Una “Sociologia pubblica” basata sugli ingredienti di un sapere riflessivo e il coinvolgimento di un uditorio esterno all’Accademia, non è comunque una ricetta sufficiente a risolvere i problemi che investono oggi la disciplina e il lavoro del sociologo» (Sgritta, 2013, p. 109).

La Sociologia operativa richiede, a monte, una conoscenza empirica consistente in sistemi di enunciati ben corroborati, e che chiamerò cognitiva, teorica o pura. Tale sapere però richiede ulteriori precisazioni per non cadere in malintesi, perché solo quando è di natura descrittivo/esplicativa, legato a una dimensione causale, può dare luogo a un effettivo sapere operativo. Sua condizione necessaria (ma non sufficiente) è il possesso di un’adeguata conoscenza di “come il mondo funziona causalmente”, in modo tale da permetterci di intervenire su di esso. Quando una conoscenza consiste unicamente in una lettura della società, in una sua decodifica, non si situa in una dimensione operativa, ma in una pre operativa; e l’intervento sulla società tende a divenire quello critico dell’intellettuale, non più quello tecnico dell’operatore. In tale caso, la conoscenza sociologica è fonte di cultura, di impegno politico, non di mestieri; serve come bussola di orientamento dei fini, non a fornire mezzi. Inoltre, il sapere empirico deve godere di un qualche grado di validità esterna; da esso non è eliminabile la dimensione nomica. Quando gli asserti hanno natura singolare, sono assolutamente idiografici, e il lavoro scientifico si riduce a una narrazione, non sono esportabili; quindi, risultano inutilizzabili per situazioni diverse da quelle in cui sono nati. Contenere completamente la Sociologia entro la dimensione idiografica, significa privarla di valenze professionali.

Ovviamente, la conoscenza deve essere anche una buona conoscenza. Se la dipendenza negli asserti è formulata in modo generico, carenti sono l’operazionalizzazione delle variabili e/o la loro definizione concettuale, insufficienti l’evidenza empirica e la struttura teorica, essa, oltre ad essere di basso rilievo scientifico, diviene poco utilizzabile operativamente. Tanto più la conoscenza è basata sull’intuizione e il senso comune, tanto meno si differenzia da quella di un qualsiasi individuo dotato di senno e di esperienza; quando è prevalentemente tacita e personale, allora l’ingegnere diviene artigiano e la conoscenza si riduce al sapere comune. In tale caso, forse, non c’è bisogno né della Sociologia né dei sociologi.

La pratica professionale parte dunque da un corpo sistematico di teorie e concetti (Wilensky, 1964), ma il sapere operativo, se proviene e dipende da quello cognitivo non s’identifica con esso; non è una sua mera applicazione (pertanto, l’espressione “ricerca applicata” può essere fuorviante). Le differenze prendono corpo dalle finalità diverse dei due saperi, e si rinvengono sui piani del contenuto e del metodo (Bruschi, 2007).

Primo: l’attività operativa è eterodiretta (dal committente). Anche se il ricercatore “puro” ha perso quella autonomia che prima lo contraddistingueva, tanto più la sua attività richiede finanziamenti dall’esterno, e/o si svolge in modo organizzato, certamente essa resta assai maggiore (e diviene quasi completa quando lo studio è di natura teorica) di quella di cui gode l’ingegnere. L’attività di quest’ultimo deve seguire le richieste di altri, rispettando vincoli di tempo e di costo. I suoi risultati sono inequivocabilmente correlati al successo, secondo l’interpretazione che ne dà il committente. Ne consegue che, se nell’attività puramente cognitiva i valori che orientano le scelte del ricercatore sono i suoi propri, in quella operativa sono del committente: al sociologo è data la responsabilità di chiarirli nelle loro premesse e nelle loro conseguenze, ma poi la scelta irrevocabile che gli si pone è solo quella di respingere o accettare l’incarico.

Secondo: la scienza operativa è sempre bidimensionale. Essa ha un aspetto empirico, che ne deve garantire la realizzabilità nel mondo, e uno valoriale, che deve soddisfare i desideri del committente. Cambiare il mondo (anche quando l’intervento è “piccolo”), è sceglierne uno tra quelli possibili. Alla fattibilità empirica si accompagna quella valoriale, dove i valori divengono costi e benefici, utilità e prezzo economico, secondo il metro del committente.

Terzo: sul piano metodologico le scienze operative, anche se richiedono una conoscenza “generalizzante”, s’impegnano nella soluzione di bisogni specifici; si esercitano in contesti spaziotemporali definiti. L’ingegnere contestualizza sempre, deve quindi arricchire il modello astratto dello scienziato “nomologico” di tutte quelle variabili che sono presenti dove opera. Se la tendenza dello scienziato nomologico è di escludere i “disturbi”, quella dell’ingegnere è di includerli. La clausola, questa volta, è rebus sic stantibus, non più ceteris paribus.

Quarto: l’inclusione evidenzia il suo carattere multidisciplinare. Variabili e relazioni di dipendenza si rifanno a differenti teorie cognitive. I casi concreti non rispettano gli steccati disciplinari. La distinzione delle professioni è per problemi, non per discipline. Giustamente Lasswell sosteneva che bisognava parlare di policy sciences al plurale, e non di policy science al singolare (Lasswell, 1971).

Quinto: l’ingegnere sociale, oltre a utilizzare procedure e tecniche, comuni a tutta la ricerca sociale, ne deve aggiungere altre, specifiche per la soluzione dei suoi problemi, quali l’esplicitazione dei bisogni, la definizione degli obiettivi e dei loro indicatori, l’operazionalizzazione dei valori in utilità e prezzo, la fattibilità em-pirica ed economica, l’organizzazione delle attività e il loro controllo tramite tecniche di pianificazione e tempificazione, le procedure di valutazione e quelle decisionali. Tutto ciò, in qualche misura, deve investire il processo formativo dello studente se lo vogliamo dotare di capacità operativa.

La formazione

Se dunque vogliamo effettivamente dotare i nostri laureati di competenze professionali, farli divenire capaci di svolgere un servizio utile per la società e per loro soddisfacente, dobbiamo trasmettere loro una conoscenza diversa, più idonea sul piano cognitivo e operativo. Altrimenti, nel migliore dei casi, formeremo delle persone colte, ma professionalmente incapaci. Molte volte sembra che l’insegnamento universitario sia un problema unicamente di riproduzione interna, dimenticando che la stragrande maggioranza dei nostri laureati mai accederà alla vita universitaria.

La Sociologia deve chiarirsi cosa vuole essere accademicamente: se essere un’attività puramente di studio, quale la Storia o la Filosofia, o una che si riversa anche professionalmente nella società. Il mondo accademico non ha mai risposto con chiarezza alla domanda su quale versante collocarsi6. Se intende collocarsi sul versante unicamente culturale, non è lecito cercare di incrementare il numero degli studenti, semmai dobbiamo selezionarli, altrimenti perpetriamo una frode nei loro confronti; se intende fare la scelta professionale, possiamo cercare studenti, ma dando loro programmi che soddisfino le richieste di mercato: tertium non datur.

La realizzazione della scelta professionale non è però facile né indolore: va compiuta innanzitutto rispettando le condizioni prima esaminate dei saperi cognitivo e operativo. Da noi non c’è solo una componente cognitiva senza una pratica, ma spesso una cognitiva intraducibile in una pratica. In secondo luogo, alla componente teorica vanno aggiunti quei saperi metodologici più tecnici, che danno efficacia ed efficienza al sapere operativo. In terzo luogo, vanno aggiunte quelle discipline e conoscenze, di natura non sociologica, che rendono possibile l’esercizio della professione scelta. Le professioni nascono da problemi, cui viene richiesta la soluzione. E i problemi non rispettano mai in modo completo i gruppi disciplinari, tanto più quando un universo è caratterizzato da forte interdipendenza nelle sue variabili, come è quello sociale.

Se vogliamo pertanto creare figure professionali accreditate scientificamente e dotate di un loro specifico ruolo tecnico, dobbiamo rivedere il nostro impianto didattico7. L’opera non è facile, perché per soddisfare tutte le condizioni richieste va studiato e indagato con accuratezza il profilo professionale su cui vogliamo (e possiamo) investire le nostre risorse8. La molteplicità e la diversità dei problemi comporta che non abbia senso parlare della professione del sociologo; ha senso parlare delle professioni dei sociologi. Uno sforzo da compiere è quindi quello di identificare tali professioni per approntarne le strutture formative pertinenti9. Purtroppo, il problema non è solo diagnosticare e prescrivere terapie, ma attuarle. E le difficoltà di attuazione sono numerose nel presente ordinamento universitario, per motivi sia normativi, sia organizzativi, stante la povertà delle risorse erogate e lo scarso numero di docenti utilizzabili. Ma forse le maggiori difficoltà stanno proprio in noi docenti: vuoi per una dominante concezione accademica, lontana dai mestieri del mondo del lavoro, vuoi per un atteggiamento centrato sul potere accademico, volto più a creare fortini disciplinari, piccoli regni, che utili programmi di formazione.

Note

  1. Si veda il capitolo di Maria Lucia Piga.
  2. Si veda il capitolo di Serafino Negrelli.
  3. Si vedano i capitoli di Elisa Manna, Raffaele Savonardo, Silvia Gherardi, Renzo Gubert, Luca Fazzi e Deborah Fraccaro, Annamaria Perino.
  4. Si veda il capitolo di Albertina Pretto.
  5. Il primo ne individua quattro tipi (strumentale, professionale e di policy, riflessiva critica e pubblica); il secondo la suddivide in camerale/informativa, critica, espressiva, cognitiva.
  6. Si veda il capitolo di Paola Di Nicola.
  7. Si veda il capitolo di Carlo Barone e Lucia Ruggera.
  8. Si veda il capitolo di Albertina Pretto.
  9. Si veda il capitolo di Davide Galesi.

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